Giorno 11, 24 giugno 2020, Subiaco, 11.6 km

In un posto così intenso di spiritualità dove anche i sassi sono intrisi di misticismo e ti inducono alla contemplazione e alla pace nel cuore non posso non ricercare la mia, e di buon mattino risaliamo la strada fino al Monastero Benedettino del Sacro Speco, chiedendo perdono per le mie reazioni di intolleranza provate ieri. La costruzione addossata alla parete di roccia ci appare imponente una volta varcato il cancello. Questo monastero con annessa chiesa a molti livelli incorpora la grotta dove Benedetto ha vissuto per tre anni accudito solo da qualche compagno e predicando ai contadini che giungevano dai villaggi vicini.

Siamo i primi a metterci in fila per fare una visita guidata, ma scopriamo che l’unica visita di oggi era già in corso ed organizzata per i pellegrini illustri già incontrati ad Orvinio. La nostra condizione di pellegrini ordinari non giustifica il tempo del frate al quale chiediamo informazioni e ci liquida rimandandoci alle descrizioni dettagliate apposte nei vari ambienti della complessa struttura. Lo spettacolo delle decorazioni lascia senza fiato e ricorda molto gli affreschi di Giotto nella Cattedrale si S. Francesco ad Assisi.

Se cerchi la luce, Benedetto, perchè cerchi la grotta buia? La grotta non offre la luce che cerchi! Continua a cercare nelle tenebre la luce fulgente, perchè solo in una notte fonda brillano le stelle.

Dopo una breve visita all’Oratorio di S. Romano e S. Biagio un centinaio di metri sopra il Sacro Speco, facciamo ritorno al Monastero di Santa Scolastica, sorella gemella di Benedetto e fondatrice dell’Ordine delle Benedettine. Anche qui non è possibile visitare le aree comuni alle comunità monastiche, inclusa anche la chiesa propriamente detta, e la visita si limita solo a due chiostri molto suggestivi per il contrasto tra i fiori e i muri antichi.

Un curioso dettaglio di un affresco ritrae Benedetto che batte con un bastone un giovane monaco svogliato magari alla preghiera o al lavoro , i dettami fondamentali della regola benedettina: “Ora et Labora”. Mentre lo batte però, gli tiene amorevolmente la testa come fa il buon padre che mentre sgrida il proprio figliolo, non smette mai di amarlo.

Decidiamo di recarci a visitare Subiaco centro nel pomeriggio più che altro per andare in farmacia a fare rifornimento dei nostri farmaci preferiti e anche per cercare un paio di pantaloni di ricambio per me. Trovo un paio di bermuda mimetici che mi sembrano adatti alla necessità: in realtà sono gli unici che ho trovato, e quindi vanno bene per forza.

In attesa di andare a cena con le nostre amiche di cammino Stefania ed Angela, che nel frattempo sono giunte a Subiaco anch’esse, ci facciamo un aperitivo e scattiamo qualche foto lungo l’Aniene che in città è circondato da un parco pubblico molto carino con delle rapide attrezzate come palestra per i canoisti.

Andiamo finalmente a cena da Johnny chef del Ristorante La Panarda cum macelleria annessa, dove ci prepara una picanha deliziosa. Cos’è una picanha? È un taglio brasiliano di manzo detto anche “codone di manzo” o “punta di sottofesa” di forma triangolare e gustosissimo. Credo che si chiami anche “cappello del prete”.

Ci viene a prendere Roberta, giovane tassista improvvisata, per non farci fare il ritorno alla foresteria a piedi con il buio, i cinghiali e i lupi. Domani di buon ora ci incammineremo alla volta di Trevi nel Lazio ma seguendo il caldo consiglio di Oscar ci faremo spedire gli zaini a destinazione. Buona notte.

Giorno 10, 23 giugno 2020, tappe 9&10, da Orvinio a Marano Equo (in auto e corriera), da Marano Equo a Subiaco (a piedi), 13.4km, 3h 24min.

Il BB di Maurizio, Il Sorriso dei Monti, è semplicemente fantastico. Un appartamentino tutto per noi, arredato con gusto e attenzione ai dettagli ci accoglie e ci dona immediatamente il benessere dopo una giornata piacevole ma impegnativa. Lo stesso Maurizio si occupa delle nostre necessità L, ritirando i nostri indumenti per lavarli a casa sua e restituirceli stamattina quando facciamo colazione. In un locale nei pressi, abbiamo condiviso la cena con tre pellegrini illustri che percorrono anche loro qualche tappa del Cammino: il senatore Gaetano Quagliariello, ed il giornalista Antonio Polito, ed il monsignor Andreatta, dell’ Opera Romana Pellegrinaggi incaricato per la promozione dei cammini religiosi. Ci fanno compagnia anche Stefania ed Angela che lasceremo oggi, dato che il nostro nuovo programma ha tagliato una tappa per consentirci di stare un giorno in più a Subiaco.

Oggi infatti dopo colazione, Massimo ci darà un passaggio a Vicovaro per visitare le opere idrauliche fatte dai Romani per incanalare le acque dell’ Aniene, opportunamente depurate, negli acquedotti Claudio, lungo 69 chilometri e dell’ Acqua Marcia di 90 chilometri fino a Roma. Poi con la corriera raggiungeremo Marano Equo per poi percorrere a piedi il parco fluviale dell’Aniene fino a Subiaco.

Salutiamo la bella famiglia di Maurizio con la bella e sorridente compagna Simonetta che ci ha preparato una vera e sontuosa colazione, e ci dirigiamo verso San Cosimato a Mandela.

All’Oasi Francescana di San Cosimato incontriamo Federico, la nostra guida appositamente prenotata da Maurizio per condurci negli anfratti della riva calcarea dell’Aniene, nelle cui caverne vivevano alcuni eremiti al tempo di San Benedetto. Precedentemente, sin dal 250 AC i Romani avevano scavato ben quattro cunicoli per trasportare le acque sorgive da Marano Equo fino a Roma. Oggi si possono percorrere in sicurezza quasi un centinaio di metri dell’acquedotto Claudio, per ammirare stupiti il lavoro di stuccatura e lisciatura della superficie a contatto con l’acqua per ridurre le perdite di carico.

Alla fine della visita, molto gentilmente Federico ci accompagna alla stazione di Mandela Scalo per prendere la corriera per Marano Equo. Da lì procediamo a piedi sulla riva dell’Aniene verso Subiaco.

Non posso nascondere la mia prima delusione della giornata, in quanto la aspettativa idilliaca della passeggiata romantica sulle rive dell’Aniene, si tramuta rapidamente in una realtà fatta di sentieri fangosi, vegetazione incolta e selvaggia, e spazzatura dovunque. Procediamo di malavoglia e accaldatissimi sotto il sole delle 13, e ci consoliamo in un ristorante con un necessario piatto di bucatini all’amatriciana. Saranno stati i bucatini in quantità da camionista, sara’ stata la birra, sarà stato il caldo ma ci sentiamo le gambe a pezzi. Arranchiamo per qualche chilometro ancora, poi la rassicurante insegna della fermata, ci induce a smettere il cammino per salire sulla corriera in arrivo quasi alle porte di Subiaco. La corsa dura qualche minuto ma poi si ferma al deposito e ci tocca proseguire a piedi fino al complesso dei monasteri di Santa Scolastica, ovviamente alla cima di una salita molto ripida.

Seconda delusione della giornata è la impossibilità di ascoltare una Messa in quanto il Monastero chiude alle 18:30 e gli esterni non possono accedere alle funzioni neanche la mattina perchè altrimenti devono sanificare gli ambienti. Senz’altro mi sbaglierò, ma mi sento rifiutato come pellegrino nel posto più significativo di tutto il viaggio. Questa serie di inconvenienti mi mette purtroppo di cattivo umore, e la stanchezza nelle ossa si fa sentire. Mi infilo a letto, con la preghiera che domani Benedetto mi conceda un altro giorno di serenità.

Giorno 9, 22 giugno 2020, Tappa 8 da Castel di Tora ad Orvinio, 17,1 km, 5h 35 min

Bella serata ieri sera alla semplice trattoria Dea. La signora Viola è una di quelle persone veraci alle quali non si può resistere e ci ha accolti in una specie di tavolo comune (ma distanziato) insieme al marito Angelo in cucina, la figlia Angela, e il fratello Bruno che ha compiuto gli anni ieri e ha condiviso le pastarelle con tutto il gruppo. Come ospiti, oltre a noi, c’erano sempre le signore di Reggio Emilia, Stefania e Angela, e tutti insieme abbiamo festeggiato e ci siamo fatti tante risate alle battute di Angelo e Viola.

Ci svegliamo molto presto un po’ ansiosi per la tappa che ci attende, dichiarata come impegnativa per il dislivello da superare. Salutiamo la nostra Viola e scattiamo qualche altra immagine del borgo che è in lista per essere citato il borgo più bello d’Italia.

Il sentiero sale ripido da subito ma non ci facciamo prendere dalla fretta. Sono contento di avere sospeso l’assunzione delle pillole per controllare la diuresi notturna che nei giorni passati mi avevano causato delle palpitazioni al cuore durante le salite, senza peraltro limitare in modo significativo la necessità di alzarmi di notte per andare in bagno. Oggi mi sento fisicamente molto bene. Per tutta la salita ci sono bellissimi scorci sul lago e facciamo a gara per fare le fotografie piu’ belle. In un paio d’ore arriviamo al valico a 1170m insieme a Stefania ed Angela e ci dirigiamo verso Pozzaglia Sabina dove contiamo di fermarci per un panino e una birra. Lungo la discesa sui crinali erbosi scorgiamo mandrie di cavalli e bianchi bovini che mettiamo in fuga con grande soddisfazione.

A Pozzaglia ci facciamo uno spuntino e incontriamo Maurizio il nostro ospite nella BB ad Orvinio, meta della nostra tappa. Molto alla mano, ci da alcune dritte sul resto della strada e ci consiglia di passare a dare un’occhiata alla chiesa diroccata di S. Maria del Piano, ex monastero benedettino, si dice risalente fino all’epoca di Carlo Magno tra il VIII ed il IX secolo. Notevole il bel campanile realizzato con la architettura tipica dei benedettini, ancora miracolosamente in piedi.

Dopo poco arriviamo ad Orvinio, un altro borgo in lizza per essere citato il più bello d’Italia. Ci sistemiamo nel nostro alloggio, molto carino e spazioso al BB Sorriso dei Monti. Alle 19, Massimo ci aspetta per condurci a visitare il borgo insieme a tutti i pellegrini arrivati oggi e che ha sistemato in vari appartamenti in giro. Poi ci aspetta una cena collettiva con scambi di esperienze e progetti di nuovi cammini.  Purtroppo dimentico di spegnere il mio fedele Viewranger e devo sottrarre quindi le soste dal tempo complessivo impiegato e registrato.

Giorno 8, 21 giugno 2020, Tappa 7 da Rocca Sinibalda a Castel di Tora, 14.3 km, 4h 5 min

Dopo fruttuose insistenze con la direzione della Rocca, Oscar riesce a farci inserire in un gruppo di visita per le 9:15 di stamattina. Gli altri gruppi sono in programma dalle 11 in poi, e la domenica di pieno sole, irresistibile per le famiglie del dopo-Covid, fa presagire grandi affollamenti per quell’ora. Invece usciamo ad entrare con sole altre due coppie, con la guida di Loredana, della Soprintendenza della Regione Lazio. Altra circostanza favorevole è la presenza alla Locanda di due signore di Reggio Emilia che si sono organizzate per farsi trasportare gli zaini in auto fino a Castel di Tora, e saputo che staremo alla stessa locanda, ci offrono di farci trasportare anche i nostri. Messa a tacere quasi subito la reazione da macho: “Real men carry their own stuff”, accettiamo di buon grado e andiamo a visitare il castello leggeri come piume. Salutiamo il simpatico Vittorio, il padrone della Locanda, personaggio affabile e molto ospitale, e aspettiamo all’ entrata del castello che si apra il portone.

Verso le 11 ci mettiamo in cammino verso il lago del Turano, con l’idea di fermarci a Posticciola per uno spuntino.

A Posticciola ci imbattiamo in Marco, dell’Osteria Elena, e abbandoniamo subito l’idea dello spuntino per un piatto di pappardelle con la “sarciccia e li funghi” e di una ciotola di fagioli con le cotiche.

Un po’ appesantiti, anche per il mezzo litro di rosso verace, proseguiamo sul fondo valle del Turano il cui flusso è controllato dalla diga del lago costruita negli anni ’30 e ancora fondamentale per la regolazione del sistema di approvvigionamento idrico delle vallate fino a Roma. Passiamo un notevole ponte romanico del XI secolo e risaliamo l’invaso della diga fino alla strada provinciale sovrastante.

Cerchiamo informazioni su come potere utilizzare un passaggio in barca sul lago, ma è troppo tardi e ci tocca percorre il periplo del lago. Il che non sarebbe stato poi così male se non fosse stato per il clima torrido che mi taglia le gambe.

Finalmente siamo a Castel di Tora, e come quasi sempre gli arrivi sono in salita fino al BB Dea di Viola. La ressa dei gitanti domenicali è tale da venire ignorati finché decido di aprire il frigo e servirmi in self-service della B, la priorità numero 1. Oscar vorrebbe andare a fare il bagno nel lago ma siamo entrambi molto stanchi. Recuperiamo gli zaini e poi mi concedo la priorità numero 2, la D, e mi infilo a letto per una pennica. Cena alle 8.

Giorno 7, 20 giugno 2020, Tappa 6, da Rieti a Rocca Sinibalda, 20.7 km, 6h 22 min

Ci sono tre elementi di ospitalità che mi necessitano una volta arrivato a destinazione, e la capacità dell’ospite di poterli soddisfare in sequenza mi aiuta a valutare in modo oggettivo il valore del servizio prestato. C’è anche un fattore temporale, cioe’ il tempo che trascorre dal momento dell’arrivo al momento in cui tutti e tre le priorità vengono ampiamente soddisfatte. Il punteggio massimo, i fatidici 100 punti, vengono assegnati ai rarissimi posti in cui il servizio soddisfa tutte le priorità in abbondanza e simultaneamente. Alla prima di queste priorità, che di norma è quasi sempre disponibile assegno 20 punti, alla seconda 35 punti, alla terza (stranamente molto rara) 45 punti.

Così, per esempio, il B&B di Norcia vale 40 punti, quello di Cascia 80 punti, quello di Leonessa 55 punti. Quello della signora Rita a Rieti, varrebbe 110 punti se fossero assegnabili.

Ma quali sono questi servizi essenziali? Sono i servizi di BDL, cioè:

  • B = Birra, o bevanda fresca di benvenuto
  • D = Doccia, con doccione funzionante e acqua calda abbondante
  • L = Lavaggio e asciugatura degli indumenti

Per qualche ragione a me sconosciuta fornire il servizio di lavaggio degli indumenti é veramente una rarità. Apparentemente le lavatrici in molti degli ostelli sono inspiegabilmente “rotte”, non ci sono locali adibiti al lavaggio e non parliamo dell’asciugatura. Ci si deve accontentare di lavare in qualche modo le proprie cose nel bidet (se c’è), e poi tirare un cordino nel bagno sperando che si asciughino di notte. Già avere a disposizione uno stendino sarebbe una ricchezza inestimabile! Inspiegabilmente anche i lavasecco a gettoni, se ci sono, sono ubicati dall’altra parte del paese, o aprono ad orari impossibili. Eppure sarebbe un fattore differenziante tra i vari B&B che potrebbero offrirlo anche a pagamento per cifre di modesta entita’.

Poi ci sono invece gli angeli, che ti accudiscono con generosità e slancio, che ti offrono di farti il bucato con la loro lavatrice di casa, che magari hanno anche l’asciugatrice e non ti chiedono nulla in cambio. Rita è uno di questi angeli, e anche Myriam del Palazzo Sassatelli a Cascia ci ha fatto il bucato e lo ha pure steso ad asciugare rientrando a casa di corsa, nel timore che si bagnasse sotto l’acquazzone del pomeriggio.

Rita è la nostra ospite tuttofare della Terrazza Fiorita a Rieti. Fa tre torte quando arriviamo, ci offre bevande fresche e yoghurt. Rita ci racconta la sua vita mentre serve il caffê. Rita ci fa il bucato tirandoci via letteralmente gli indumenti di dosso. Rita ride e scherza e mette il suo cuore nelle cose che fa. Grazie Rita!

Oggi e’ la prima giornata di sole pieno da quando abbiamo iniziato il Cammino. L’aria è comunque bella frizzantina e salutata Rita ci mettiamo in cammino scendendo la via Roma, passando il ponte sul Velino e poi imbocchiamo la strada del Turano. Compriamo anche un bel panino croccante da accompagnare a pranzo i salsicciotti di cinghiale che Oscar si porta dietro da Norcia. Tappa abbastanza noiosa per il tratto da percorrere sulla provinciale, ma mi sono così assorto nel enumerare le parti del corpo che ancora non mi fanno male, che non mi accorgo di un bivio e procedo sulla provinciale invece di imboccare il sentiero campestre dove almeno saremmo al sicuro dalle macchine che ci passano veloci quasi sfiorandoci. Ci tocca proseguire per altri 5 km sulla provinciale quando finalmente riusciamo ad imboccare un altro sentiero che supera il Turano su di un ponticello e poi si ricollega al sentiero che avremmo dovuto percorrere originariamente.

La salita fino a Belmonte in Sabina é molto impegnativa e ci ritarda un po’ la media. Temiamo il sole di mezzogiorno che comincia a farsi sentire malgrado l’aria si mantenga fresca.

Passiamo la sera alla Locanda del Convento da Vittorio a Rocca Sinibalda, finalmente con altri pellegrini intorno al tavolo e ci scambiamo esperienze e suggerimenti sul percorso per le tappe successive. Oscar preferisce evitare tappe eccessivamente lunghe ed io vorrei avere più tempo per visitare alcuni siti archeologici lungo il cammino, oltre a massimizzare la nostra permanenza a Subiaco, tappa fondamentale di questo viaggio sulle orme di Benedetto. Decidiamo di tagliare una tappa a vantaggio di un giorno in più a Subiaco. Maurizio, il nostro ospite di Orvinio si offre di portarci in macchina a Vicovaro la mattina di martedì così da accorciare il viaggio e riuscire a pernottare a Subiaco anziché a Vicovaro stesso. Per cui domani è confermata la tappa a Castel di Tora e lunedì sera ad Orvinio. Poi passeremo due sere a Subiaco, giovedì a Trevi nel Lazio, e venerdì scendiamo a Fiuggi per incontrare Pio, fraterno amico di Oscar, con il quale visiteremo Anagni e Alatri prima di ricongiungerci al percorso originale del Cammino a Collepardo.

Giorno 6, 19 giugno 2020, Tappa 5, da Poggio Bustone a Rieti, 17.2 km, 5h 15min

Ci muoviamo di buon ora dopo una nottata discreta ma dopo anche una colazione meno che discreta, a base di caffè in capsule e cornetto industriale plastificato e a self-service grazie a procedure anti-Covid applicate alla lettera e a tutto vantaggio dell’albergatore.

Il sentiero è dolce e piacevole a mezza costa, circa a 600m di quota, e parte comune di vari cammini religiosi che abbondano nella Valle Santa altrimenti detta Piana Reatina. Per San Francesco, il sentiero che percorriamo, collega il Monastero di San Giacomo a Poggio Bustone (ora temporaneamente chiuso) a quello cosiddetto della Foresta (anch’esso chiuso). Per San Benedetto, invece il sentiero prosegue per Rieti e passa oltre verso Sud a Rocca Sinibalda e Castel di Tora. Indipendente da quale Santo si decide di seguire, non troviamo altri se esseri viventi sulla strada, se ci escludono vari cani semi-amichevoli e parecchi gatti infingardi che ti vedono attraverso come fossi trasparente.

Il panorama è veramente piacevole e mi chiedo come sia stato possibile avere abitato a Rieti per cinque anni senza avere avuto l’interesse, la voglia o la possibilità, chissà, di conoscere queste colline e queste stradine tra prati, boschi di querce, e villette tra i cipressi. Traversiamo il pittoresco borgo di Cantalice, e, attratti dal suono malinconico di un sassofono solitario, ci inerpichiamo per vicoli e scalette fino alla casa del maestro Marzio che ci saluta dalla finestra e che, tra un assolo di sax e un altro, ci racconta della sua vita spericolata.

L’evento clou della mia giornata è senz’altro l’incontro con i miei ex-colleghi di Texas Instruments. Non ho voluto pubblicizzare la mia venuta a Rieti per non imbarazzare chi eventualmente non fosse stato a suo agio ad incontrare un forestiero, e soprattutto perché proveniente dalla Lombardia. Quelli che mi seguono su queste pagine erano già a conoscenza del mio arrivo, e ho lasciato loro l’iniziativa sul come e dove vedersi.

Con immenso piacere scorgo in lontananza Licinio che ci viene incontro al nostro arrivo a Rieti, in bicicletta con il trasportino per il suo cane.

Gentilmente ci accompagna fino ad un ristorante dove ci rifocilliamo prima di presentarci al B&B Terrazza Fiorita dove la signora Rita ci sorprende con ben tre torte, yoghurt e frutta.

Oscar viene invitato da Rita, che è anche un tour operator specializzato, a visitare le meraviglie della Rieti sotterranea e di cui spero ne farà oggetto di una descrizione separata.

Con Concetta invece vado a trovare Eleonora nella sua casa al centro storico affacciata sulla valle del Velino e poi vado in piazza all’appuntamento con gli altri colleghi, Patrizio e Romano, oltre che a Licinio, e insieme rievochiamo i tempi andati ma anche ci confrontiamo con le nostre esperienze di oggi e ci troviamo tutti molto impegnati in bei progetti entusiasmanti. Contiamo i nostri figli sparsi per il mondo, e soprattutto contiamo i nostri nipotini: quattro pensionati al bar orgogliosi del loro passato comune e felici per le soddisfazioni che la vita offre loro oggi.

Giorno 5, 18 giugno 2020, Tappa 4, da Leonessa a Poggio Bustone, 16.9 km, 6h 40 min

Ripenso alla tristezza della cena di ieri sera e alla desolazione del grande albergo deserto con i vasti locali in attesa di potersi riempire di nuovo di voci e umanità in vacanza. I pavimenti sono di marmo freddo e risuonano sotto i tacchi dello scarso personale di sala che devono percorrerli in lungo ed in largo per andare dalla cucina al nostro tavolo. L’insieme è lugubre e senza speranza.

Una bella differenza rispetto ai gestori di B&B incontrati sinora impegnati a non lasciarsi sopraffare dalle difficoltà e a cercare di fare un passo in più per attrarre i pochi clienti. Il personale dell’albergo si lamenta solo delle inefficaci misure governative e dei ritardi nell’erogare i sussidi. Mentalmente mi faccio un appunto di scegliere d’ora in poi solo strutture dove siamo accuditi dal proprietario e possibilmente di andare a cenare in altri esercizi per potere dare il nostro piccolo contributo economico a più imprese.

Sappiamo che oggi ci aspetta una giornata impegnativa, con un notevole dislivello da superare. Ma siamo di buon umore, anche mentre consumiamo la tristissima colazione a base di anonimi alimenti imbustati singolarmente e servita a noi due soli in una sala deserta sempre dall’allampanato cameriere che con fare ammiccante, ci propone: “Ho recuperato anche un paio di fette di ciambellone, se gradite!”. Veramente una figata.

Ci fermiamo a comprare un paio di panini per il pranzo al sacco e usciamo dal paese per l’avventura di oggi. Il clima è freddino ma il sole spunta dalle nubi di vapore e mette allegria.

Decidiamo di sostare per uno spuntino una volta arrivati in quota. Il panorama della valletta é molto sereno, e decidiamo di fare fuori il pecorino ultra stagionato, di cui Oscar è molto ghiotto e che si sta cammellando sin da Norcia. Ci immaginiamo di essere pastori mentre sbocconcelliamo pane e pecorino ascoltando le storie che le maestose querce ed i frassini solitari ci vogliono raccontare agitando le loro chiome imponenti. Questi sono momenti di felicità assoluta: in lontananza scorgiamo anche un paio di lepri che corrono nel prato ed una mandria di cavalli bradi con i loro puledrini pigramente stesi nell’erba.

Il pezzo di strada che va da Roccaporena a Monteleone, percorso durante la seconda tappa, viene denominato Via del Silenzio. Le origini del nome risalgono ai tempi di Benedetto quando i pellegrini si cimentavano con l’ardua salita, facendo il voto del silenzio come fioretto per l’espiazione dei propri peccati. Benedetto, grande conoscitore dell’animo umano, in realtà aveva imposto quel nome, per evitare che i pellegrini imprecassero a voce alta nei momenti di maggiore sforzo. La salita di oggi a confronto non é stata dura come quella della Via del Silenzio, e quindi non ci sono state occasioni particolari di sfoderare il nostro vocabolario di imprecazioni. Ma al contrario la discesa è stata un tormento unico. Quasi tutto il sentiero era intriso di acqua trattenuta dalle foglie cadute dei faggi, oltre alle deiezioni di mandrie intere di bovini che transitano abitualmente su quel sentiero. Le scarpe sprofondano e vengono trattenute dalla fanghiglia odorosa, che si forma ininterrotta a pozze per chilometri, costringendoci ad effettuare lunghe deviazioni in cerca di terreno più solido.

Le nostre imprecazioni, stavolta, echeggiano continuamente nel bosco. Spesso si basano su varianti espressive relative a sostanze simili al fango marrone che ci attanaglia i piedi, inframmezzate da invocazioni generiche rivolte a nessuno in particolare ma con l’esortazione a recarsi in qualche posto forse lontano, ma senza dubbio molto affollato. La discesa al passo dura più di due ore e mezza, logorandomi definitamente le ginocchia ed i muscoli dei glutei.

Siamo ora arrivati alla Locanda Francescana di Poggio Bustone, dopo una discreta cena servita dal gestore della locanda. Io sono letteralmente a pezzi, ma devo lavare gli indumenti infangati per dare loro almeno un minimo di decenza. Domani arriveremo a Rieti, città in cui ho  lavorato dal 1983 al 1994, e che ho piacere a rivedere ed insieme ad essa, anche i tanti ex-colleghi ed amici di un tempo.

Storie d’amore a Palazzo Reale

Che c’entrano le storie d’amore con il Cammino di San Benedetto? E il Palazzo Reale poi? Certo che c’entrano. Un po’ come il detto “Tutte le strade portano a Roma” che è per molti un’evidente verità. Scava scava, scopri che un sacco di vie traverse portano al Cammino di San Benedetto.

Pensa per un attimo di trovarti al Palazzo Reale, quello di Milano naturalmente. Sei andato a vedere la mostra su Georges de la Tour. Costui è un pittore francese della prima metà del ‘600, praticamente dimenticato. Sebbene abbia conosciuto in vita qualche momento di celebrità,  Georges passa nel dimenticatoio degli imitatori del Caravaggio. Ma con il passare dell’età de la Tour va sorprendentemente oltre, esplora nuovi mondi che lo portano d’un balzo in un futuro imperscrutabile da cui verrà riscoperto 300 anni dopo.

Con queste belle sensazioni io e Carla usciamo dalla mostra per entrare nel museum shop dove non c’è nessuno (il COVID-19 ha fatto il vuoto attorno a sé) e cominciamo a curiosare tra i libri. Scelgo per me “Storie d’amore”, 15 racconti in 100 pagine. Vado alla cassa dove trovo una ragazza piacente, con una faccia seria ed occhi intelligenti. Come le presento il libro lei mi segnala che ci sono molti titoli in promozione con forti sconti. Vede, devo mettere questo libro in uno zaino con cui farò a piedi molti chilometri. Questo libricino va bene anche perché è piccolo e leggero, le spiego. Davvero? E dov’è che va? Il Cammino di San Benedetto, da Norcia a Montecassino. Poi mi unisco a Carla che sta continuando a curiosare qua e là.

Dopo un po’ lei sceglie un altro libro e torniamo alla cassa. La ragazza è raggiante. Ho guardato su Internet, dichiara, e ho trovato il Cammino! Ma è bellissimo! Davvero complimenti. Poi si rannuvola per un attimo. Un giorno o l’altro devo fare anch’io qualcosa del genere. Io la incoraggio a farlo, e ci lasciamo con grandi auguri di buon cammino.

Il primo racconto d’amore riguarda Catullo. Egli è un giovane poeta paracadutato a Roma dalla natia Verona. Siamo ai tempi di Giulio Cesare. Catullo è probabilmente di bell’aspetto ma mingherlino e cagionevole di salute. Già noto come poeta, si innamora perdutamente di Claudia, donna sposata bellissima e corrottissima, che diventa Lesbia nei versi del suo amante. All’inizio Lesbia è gentile e sembra corrispondere un Catullo smanioso di dare sfogo alla sua passione e forse presago di come andrà a finire.

“O Lesbia mia, i soli continueranno a sorgere e tramontare, ma a noi tramontata una volta per sempre la nostra breve luce toccherà dormire un’eterna notte. Oh, dammi mille baci, e poi altri cento, e poi mille ancora, e poi cento altri ancora. E adesso tutte queste migliaia di baci mischiamole insieme in fretta, senza contarle, per paura che l’invidia, al conoscere un tal numero di baci, non ci getti la mala sorte”

I timori superstiziosi di Catullo hanno presto ragione. Lesbia esibisce sfacciata i suoi cento amanti e poco o nulla si cura del giovane poeta che progressivamente sprofonda in un’abbietta prostrazione. Egli vorrebbe distaccarsi da Lesbia e dalle umiliazioni ch’essa gli infligge, e invece ne diventa schiavo. “Ti odio e ti amo” egli si lamenta. Fino al suo canto più patetico, quando tutto è ormai finito.

“O Lesbia, tu dicevi un tempo di non aver conosciuto altro uomo fuor di Catullo, e che non mi avresti preferito neppure lo stesso Giove. Allora io mi affezionai a te non al modo con cui il volgo suole affezionarsi all’amica, ma come un padre s’affeziona ai figli e al suo proprio sangue. Adesso t’ho conosciuta e, in conseguenza, brucio più di prima per te. Ma pure tu sei per me una cosa molto più leggera e vile. Come può essere, tu chiedi. Perché, ti rispondo, un’offesa come quella che tu m’hai fatto costringe l’amante ad amare di più, ma a voler bene di meno.”

Giorno 4, 17 giugno 2020, Tappa 3, da Monteleone (Colle del Capitano) a Leonessa, 17.8km, 5h 05 min

Ho introdotto Oscar al magico mondo di WordPress come piattaforma comune per scrivere i nostri aneddoti, commenti o cronistorie del viaggio. Ho condiviso con lui il mio vecchio blog (lifepilgrim.me) di cui ora siamo entrambi co-autori. Anche senza esserci messi d’accordo prima, io mi concentro sulla documentazione del viaggio che stiamo percorrendo insieme, Oscar invece si diverte a trovare qualche spunto per raccontare aneddoti, abilità di cui è senza dubbio un maestro. Nel nostro girovagare parliamo di tutto, o meglio Oscar parla di tutto, ed io spesso mi limito ad ascoltare.

Fa piacere anche a me condividere con Oscar qualche mio episodio di vita vissuta, molti ricordi da professionista, molti altri invece associati agli amici, ai viaggi, alle esperienze di vita all’estero.

Qualche volta mi ascolta assorto, per poi iniziare un altro discorso dicendo: “Ecco, questa storia che mi hai raccontato, mi fa venire in mente quando….”. E immancabilmente qualcosa di questi suoi ricordi troverà la sera spazio tra queste righe.

La gestione del quotidiano di questi due semi-attempati ingegneri on the road, è un’esperienza a volte irritante ma sempre molto arricchente. Io non sopporto che il mio senso dell’orientamento, adiuvato dalle mie app di geoposizionamento e navigazione sul territorio, venga messo in discussione con frasi del tipo: “Ma sei sicuro? Non vedo i segnali….”. Oscar, da parte sua, combatte una lotta accanita con la gestione di WordPress e Facebook dallo smartphone, e non si capacita come sia che questi programmatori usino icone sempre diverse da pochi pixel per azionare i vari comandi anziché adottare il linguaggio esteso, a lui più congeniale. Litiga anche con i televisori di agriturismi dispersi nel nulla, che non memorizzano i canali come quello che ha a casa lui. Non si capacita del  perché la navigazione di programmi e applicazioni complesse dallo smartphone non sia esattamente come fa da casa con un monitor da 32″, una tastiera estesa con keyboard numerico e un mouse. Finiamo per battibeccarci come  Walter Matthau e Jack Lemmon in “Grumpy Old Men“.

Comunque anche oggi la tappa è stata completata senza eccessivi sforzi in poco più di 5 ore. Un paesaggio dolce nel fondovalle transitando senza particolari eccitazioni dall’Umbria al Lazio.

Siamo ora a Leonessa, ospiti di un albergo con 84 stanze di cui solo la nostra è occupata. Dovunque regna una gran desolazione, sottolineata anche dal tentennamento del testone del maitre che ci sorveglia come un falco mentre consumiamo un pasto degno di una pensione Miramonti qualsiasi. “Qui con questo disastro del Covid, non viene più nessuno, i turisti non si fidano e vanno altrove…”. “Ma cosa offre di interessante Leonessa ai turisti?”, chiedo innocentemente. “Ah, niente, qui non c’è niente da fare…” L’uomo non coglie l’ironia della contraddizione nella sua risposta e finalmente si allontana, scuotendo ancora il testone.

Miracolo sulla Via Francigena

Il Sacro Scoglio di Santa Rita a Roccaporena, la contemplazione del meraviglioso panorama, i leggendari miracoli della santa mi riportano indietro ad una giornata di due anni fa. Era esattamente il 17 giugno 2018.

Radicofani

Dall’altissima rocca di Radicofani io e il nipotino Matteo scendiamo a piedi nella valle dove un tempo assai lontano gli sgherri di Ghino di Tacco rapinavano le carovane di passaggio. Per dire il vero, il celebre masnadiero (il cui nome venne impiegato dopo 7 secoli da Bettino Craxi per firmare i suoi articoli sull’Avanti) usava criteri particolari nello scegliere le sue vittime. Tra i viandanti rapinati doveva esserci almeno un vescovo o un conte, altrimenti i viandanti venivano lasciati passare tranquillamente. Non solo. I ricavi delle rapine venivano distribuiti al popolo del minuscolo villaggio. Insomma, un vero e proprio Robin Hood. Solo che invece che nella mitica foresta di Sherwood, Ghino di Tacco cavalcava nella Val d’Orcia.

E’ appunto in questa bellissima valle che io e Matteo camminiamo fianco a fianco. E’ il 17 giugno 2018, in cielo non c’è una sola nuvola e, per quanto ci siamo avviati di buon’ora per evitare il caldo, il sole comincia ben presto a picchiare. A 8-9 km da Radicofani le erte colline della Val d’Orcia si allargano gradualmente in un territorio pianeggiante. Costeggiamo il Fiume Paglia lungo la vecchia Cassia. Matteo, che ha 12 anni, è un ottimo camminatore, alto e forte per la sua età. Chiacchieriamo piacevolmente, ogni tanto ci scattiamo foto, e maciniamo chilometri. Dopo circa 17 km attraversiamo il confine tra Toscana e Lazio Ce ne vogliono in tutto una trentina, e sette ore di cammino, per arrivare alla nostra destinazione di tappa, la città di Acquapendente.

Giungiamo alquanto stremati dalla fatica e dal caldo verso le 14,30. L’ostello dove ho prenotato per dormire è un’antica badìa di cui non vi faccio il nome perché sono certo che la protagonista di questa storia preferisca il riserbo. Si tratta di una suora che gestisce questo luogo per i pellegrini, gente di passaggio, gente che ha bisogno di un ricovero e di un pasto. La chiamerò Madre Angela. Tuttavia non è lei che ci riceve, bensì due volontari che prestano servizio gratuitamente nell’ostello, cucinano, fanno le pulizie, rifanno i letti. Sono gentili e premurosi. Ci spiegano che non c’è tariffa per vitto e alloggio. Chi può permetterselo può lasciare una libera offerta, mentre I poveri alloggiano gratuitamente.

Nel luogo c’è una meravigliosa frescura, all’interno dell’antico fabbricato si apre un chiostro con un pozzo al centro, mentre sul retro c’è un grande terreno lussureggiante di alberi da frutta, filari di vigna, ed ogni sorta di ortaggi. Regna un certo naturale disordine, rivelatore della fatica con cui questo enorme lavoro è stato fatto nel tempo e va rinnovato ad ogni stagione. Vicino ad una fontana c’è un pergolato ombroso con un tavolo e delle panche dove io e Matteo ci sistemiamo per consumare i nostri panini e dissetarci.

Dopo un sonnellino ristoratore scendiamo nel chiostro. Queste sono le giornate più lunghe dell’anno, sono le cinque e mezza e il sole è ancora alto, ma nel chiostro c’è ombra e frescura. E’ lì che incontriamo Madre Angela, seduta sotto il porticato. E’ una donna dall’età apparente di 60 anni, un volto bellissimo che mi è impossibile descrivere, ricordo solo la serenità, la forza, l’amore che esso irradia. La suora siede compostamente, contornata dai suoi due aiutanti con cui conversa sommessamente. Io e Matteo ci sediamo di fronte a lei su una panca e lei si informa del bimbo e si congratula con lui che abbia voluto seguire il nonno nell’esperienza del cammino. Le chiedo di raccontarci di questo luogo. Madre Angela esita come per riordinare i pensieri, o forse nella storia ci sono aspetti troppo personali per essere raccontati, ma ecco che inizia. La voce bassa mi costringe ad avvicinarmi un poco per sentirci meglio.

“Molti anni fa ero in un convento. Non mancava il da fare, ero madre superiora, dovevo preoccuparmi un po’ di tutto perché il convento funzionasse a dovere e le sorelle svolgessero lietamente i loro compiti spirituali e materiali. Però ad un certo punto questo cominciò a non bastarmi più. Mi consultai con lui, volevo essere certa che il mio non fosse un atteggiamento di superbia, ma lui mi rassicurò, mi disse di seguire ciò che mi dettava il cuore. Così lasciai il convento.”

Tutto intorno nel chiostro c’è una grande quiete, si sente solo il cinguettio di uccelli. Vorrei chiederle cosa non le sia più bastato, ma taccio perché intuisco che lei ce lo dirà. “Fu così che andai a Roma e mi misi a cercare. Trovai un vecchio garage abbandonato in un quartiere di periferia. Volevo farne un rifugio, un piccolo ricovero per poveri dove prendermi cura di loro, dare loro un tetto e cibo e magari conforto dell’anima. Ma il luogo andava completamente rimesso in ordine, occorreva costruire delle stanze, metterci dei bagni, una piccola cucina, e anche una stanzetta dove potessi vivere io. Per questo occorreva denaro. Una suora non ha risparmi da investire. Il problema pareva insolubile, così mi consultai ancora con lui, gli spiegai il problema e i miei dubbi, ma lui mi incoraggiò ad andare avanti.”

Tra me e me penso che lui, l’amico di Madre Angela, dispensatore di così saggi consigli, dovesse essere un tipo molto speciale di commercialista. “Andai così a parlare con un monsignore nella curia diocesana – continua lei – e anche lui mi incoraggiò ma di soldi da darmi ce n’erano pochi, dovevo darmi da fare anche con la mia modesta persona. Sentii i parroci dei quartieri circostanti, il problema era sempre lo stesso, ma saltarono fuori parrocchiani che erano muratori, idraulici, elettricisti, brava gente. Chiesi loro di darmi una mano e me la diedero. Così, un po’ per volta, il ricovero nacque e prese a funzionare. Il lavoro di certo non mancava! Non avevo mai un letto libero. E c’è sempre stato qualcuno pronto a darmi una mano.”

A questo punto Madre Angela sosta e si fa nuovamente pensierosa. Intuisco che qualcosa sta per avvenire, una svolta importante nella sua storia. “Beh, io ero completamente felice di ciò che facevo, L’alloggio era una piccola cosa, ma i bisognosi che aiutavo mi ricambiavano regalandomi una grande gioia. Finché un giorno una persona che conoscevo venne a dirmi che in un paese a nord di Roma, a 100 o 150 km di distanza, sulla Via Francigena c’era una struttura religiosa abbastanza grande in stato di abbandono da molti anni. Perché non andare a vederla? Così feci. Il luogo era questo e, pur in completa rovina, era così bello da farmi battere forte il cuore. Ma dopo un’accurata ispezione disperai. Il tetto aveva ceduto in più punti e andava interamente rifatto. I muri perimetrali parevano solidi, ma gli interni erano un disastro, impianti inesistenti, tutto da rifare da cima a fondo. Inoltre la casa era diventata con gli anni una gigantesca uccelliera. Vi avevano nidificato uccelli di ogni tipo, e c’era in terra uno strato di guano alto mezzo metro. Il terreno sul retro era un ammasso di rovi che avevano divorato il lavoro dei frati che vi avevano dimorato in precedenza. Una cosa totalmente fuori dalla mia portata, me ne tornai a Roma. Ma con il passare del tempo quel garage con le sue poche stanzette cominciò a sembrarmi sempre più insignificante rispetto a quanto avrei potuto fare in una struttura come questa. Temetti però che un simile pensiero potesse nascondere un imperdonabile peccato di presunzione, di ambizione personale. Di cos’altro avevo bisogno che già non avessi? Dovevo tornare a parlare con lui, e lui fu subito disponibile ad ascoltarmi e consigliarmi. La tua fede, mi disse, non è in contrasto con la possibilità che ti viene offerta di ampliare la tua opera, e quella che tu chiami ambizione è cosa buona e giusta se indirizzata a realizzare il Bene. Questo è il compito dell’essere umano sulla terra, prima di approdare alla vita eterna. Le buone opere contano più dei buoni pensieri.”

Ascoltando Madre Angela parlare, mi rendo conto che lui non è per niente un bravo commercialista, lui è in realtà Lui e basta. “A questo punto – continua la suora – avevo bisogno di lasciar depositare i miei pensieri e le cose che Lui mi aveva detto. Per me il modo migliore per riuscirci è sempre stato quello di lavorare, lavorare, lavorare. Così mi misi a rinnovare il vecchio garage, tinteggiai le pareti con colori più allegri, sistemai una lavatrice che mi era stata donata, aggiustai dei rubinetti e cose del genere. Pensai anche di non poterne più di quella stanzetta dove abitavo io, dove non c’era neanche una finestra. Sentii un forte bisogno di aria, luce. Tracciai con una matita una finestrella sulla parete che ritenevo più adatta, presi un piccone e feci un bel buco. Mi accostai per respirare l’aria fresca che veniva da fuori, e guardai cosa c’era lì davanti. Dirimpetto, sulla strada che costeggiava il muro posteriore del mio garage c’era un negozio con un’insegna che diceva “Impresa di pulizie”. Lui mi ha dato un segno! pensai subito. Uscii, feci il giro dello stabile e mi diressi verso il negozio.

C’era dentro il proprietario che mi guardò meravigliato perché ero entrata nel negozio tutta impolverata dai calcinacci. Ero trafelata, così lui mi fece sedere e mi offrì un caffè. A cosa devo l’onore, mi chiese. Gli raccontai di questo vecchio convento abbandonato e di ciò che avrei voluto farne. Ma come fare per rimetterlo in ordine dalla situazione di rovina in cui si trovava? L’uomo mi ascoltò in silenzio e alla fine disse, bene, andiamo a vederlo. Come? Quando? Adesso, rispose. Così, dopo essermi rimessa un pochino in ordine, montai in auto con l’uomo e partimmo per Acquapendente. Quando arrivammo qui, lui ispezionò tutto con grande cura, e prese nota di tutto su un taccuino. Ebbene? Gli chiesi quando parve che avesse terminato. Ci vorrà tempo, rispose. E quanto costerà? Chiesi. Ci vorrà tempo, ripeté. Adesso torniamo a Roma.”

Mentre Madre Angela racconta, tutti la ascoltiamo in perfetto silenzio. Le ombre del pomeriggio hanno ormai completamente invaso il chiostro e il tempo sembra essersi fermato. Una magia che è difficile descrivere, una magia speciale si è impadronita di noi e di questo luogo. “Quello che accadde mi parve un miracolo, racconta con voce bassa la suora. Forse fu un miracolo, qualsiasi cosa noi possiamo intendere per miracolo. Per me miracolo è un segno tangibile che l’amore muove ogni cosa. Ebbene quell’uomo, il proprietario dell’impresa di pulizie, si mise in moto. Nei giorni feriali mandava avanti normalmente la sua impresa. Il sabato mattina all’alba lui e tre o quattro dei suoi operai partivano con un furgone e venivano qui a lavorare sabato e domenica. Quando ebbero ripulito tutto dal guano degli uccelli, ormai molti in paese sapevano quello che stava succedendo qui. Cominciarono ad arrivare contadini e altra gente umile con gli attrezzi, motozappe, motoseghe e quant’altro e ripulirono perfettamente i terreni dai rovi e dalle sterpaglie. Io venivo qui ogni volta che potevo ed era estasiata nel vedere come tutto era cambiato. Rifare il tetto era un grosso problema, ma ci fu chi regalò tegole e travi e arrivarono muratori per fare il lavoro. Fatto il tetto, ecco un geometra per riprogettare gli interni e gli impianti. Tutto a norma! Disse. La voce correva veloce nei dintorni. Si presentarono idraulici, elettricisti, imbianchini. C’è bisogno di qualcosa? domandavano. Nessuno chiese un soldo. Ci fu un solo momento doloroso, quando dovetti chiudere il piccolo ostello di Roma. Ma i pochi ospiti ebbero tutti una sistemazione, e finalmente mi trasferii qui.”

Madre Angela si ferma qui e capiamo che la storia è terminata. Probabilmente è giunta l’ora della preghiera, la suora si accomiata da noi e scompare in un piccolo passaggio. Non rivedremo più Madre Angela né la sera a cena nella grande cucina del convento con gli altri ospiti, né la mattina dopo alla partenza per Bolsena.
Qui finisce il mio racconto. Ma devo dirvi che quando si cammina invece di correre insensatamente in automobile si ha più tempo per guardare le cose e maggiore disposizione ad aprire l’anima. E allora certe cose che normalmente ci sfuggono le notiamo. I miracoli, qualsiasi cosa siano, possono far parte di queste cose.

Beh, ho già parlato abbastanza. Magari troveremo un’altra occasione. I miracoli non mancano, particolarmente ai pellegrini. Ad esempio quella volta che ero in cammino in Galilea…