Il Cammino di San Benedetto: riflessioni conclusive

Ormai al termine del nostro viaggio, è  utile qualche riflessione.

Il cammino è, tra molte altre cose, un mezzo formidabile per conoscere la cosiddetta “Italia minore”. Lungi dall’essere svalutativa,  quest’espressione indica l’assieme di quei tesori artistici e paesaggistici custoditi dal nostro paese che restano largamente ignorati dai grandi flussi turistici. Tanto da poter dire che ben difficilmente li avremmo scoperti se non fosse stato per il cammino.

Questo è vero per tutti i cammini. Io ho percorso prima d’ora la Via Francigena (Fidenza-Roma) e il cammino Coast-to-Coast (Ancona-Orbetello) e posso testimoniarlo. Tuttavia molti dei luoghi attraversati da questi cammini costituiscono mete turistiche ben note ai viaggiatori tradizionali. Questo non vale (o vale molto meno) per il Cammino di San Benedetto. Borghi e bellezze naturali che si incontrano su questo cammino sono in buona misura sconosciuti al grande pubblico. Il valore aggiunto che il camminatore trae dal Cammino di San Benedetto in termini di scoperta delle bellezze più nascoste del nostro territorio è quindi superiore rispetto agli altri cammini.

Ma questo è solo un aspetto. L’altro aspetto da considerare è il reciproco del precedente, ovvero il contributo che il Cammino di San Benedetto porta alla valorizzazione e all’economia dei territori attraversati. In molti di questi luoghi di turisti se ne sono sempre visti pochi. Così gli abitanti si erano abituati a pensare che poco o nessun valore vi fosse custodito. Aggiungete a questo un’economia stagnante, la scarsità di posti di lavoro, l’emigrazione dei giovani più dotati, l’invecchiamento della popolazione, e capirete che il Cammino di San Benedetto sta portando in molti dei luoghi attraversati una ventata d’aria fresca. La vista dei camminatori con lo zaino in spalla che si soffermano a guardare con meraviglia i panorami dei monti e delle valli, o che ammirano gli antichi monumenti, le espressioni di delizia riservate ai cibi serviti in generose porzioni nelle trattorie, tutta roba a chilometri zero, tutto questo e molto altro sta spingendo i cittadini locali a fare delle riflessioni. La prima è di essere rimasti troppo a lungo seduti su un grande tesoro senza essersene accorti. I pellegrini sono diventati i preziosi testimoni di una realtà e di prospettive nuove! Non si tratta tanto dei soldi che portano (ancora pochi nella dura situazione post-Covid), quanto della consapevolezza che c’è moltissimo da fare e tanti stanno provando a farlo. Stanno equipaggiando le case per l’ospitalità, attaccano cartelli nei boschi per segnalare i sentieri, ampliano gli orari di apertura di chiese e musei, offrono ai pellegrini ottimi menù nelle trattorie… Inoltre i pellegrini trovano qui gente simpatica e ospitale che si fa in quattro per soddisfare ogni loro richiesta. Ti fermi ad un incrocio dubbioso su dove andare, e qualcuno subito appare ad un balcone per indicarti la via. In piena campagna trovi chi ti offre acqua freschissima e ti invita in casa per un liquorino con una fetta di crostata. Trovi gente che ti porta gratuitamente lo zaino a destinazione. E tanta disponibilità a fare due chiacchiere, a raccontarti sul loro borgo cose che non sono scritte su alcuna guida. Tutte attenzioni che noi camminatori non avevamo ricevuto da nessuna altra parte!

Questo quadro così positivo ha la sua faccia negativa. La consapevolezza tardiva dei grandi tesori di un territorio rimasto turisticamente sottosviluppato non sana i danni prodotti nel passato. Borghi con centri storici bellissimi circondati da orrende periferie, traffico automobilistico insensato fin nei vicoli più angusti, ogni minimo spazio occupato da auto parcheggiate a ridosso di luoghi carichi d’arte e di storia.

L’altro giorno ero ad esempio nella meravigliosa abbazia circestenze di Casamari. Nello stupendo cortile erano parcheggiate non meno di 100 auto in quanto nell’abbazia era in corso un funerale. Anzitutto chi ha detto che debbano essere consentiti funerali in un preziosissimo bene artistico che è patrimonio di tutti? Posto anche che il funerale dovesse aver luogo a Casamari, il permesso di sostare davanti alla scalinata non avrebbe potuto essere limitato al carro funebre, obbligando parenti e amici a mettere l’auto nel grande parcheggio posto proprio davanti all’ingresso dell’Abbazia? Non vi è ragione alcuna che neppure il Presidente della Repubblica non debba entrare a piedi in una tale bellezza, un atto di rispetto dovuto.

Abbiamo invece visto case e condomini moderni costruiti senza alcun rispetto dell’ambiente e dei contesti urbani, campagne devastate da case, fabbriche, ponti, strade, tralicci dell’alta tensione sparsi in giro senza criterio.

Villa non terminata nella campagna di Casamari

Città murate di grande bellezza come Vico hanno visto le mura fagocitate da abitazioni private con la perdita di ogni caratterizzazione paesaggistica e urbanistica. Gli abitanti di Vico dovrebbero confrontarsi con Monteriggioni. Con una popolazione 5 volte superiore, quest’ultima mantiene la meravigliosa cinta muraria medievale completamente integra e isolata dall’abitato. La cittadina toscana gode di un turismo di alto livello tutto l’anno e la popolazione ha un reddito pro-capite superiore a quello di Milano.

Tra le cose che abbiamo visto ci ha inoltre stupito la situazione della SP7 tra Arpino e Roccasecca, una delle carrozzabili più belle d’Italia per il meraviglioso paesaggio in cui è inserita, in ottimo stato di conservazione ma inspiegabilmente chiusa da 11 anni, probabilmente per insensati progetti di allargamento della sede stradale e creazione di viadotti bloccati da qualche saggio amministratore. Lavori del tutto inutili per una strada con destinazione prevalentemente panoramica e turistica.

SP7 chiusa da 11 anni

Altre osservazioni riguardano alcune abitudini della popolazione che sono intollerabili in un contesto di turismo culturale europeo. I bordi delle strade urbane ed extraurbane sono costellati di rifiuti altamente inquinanti come bottiglie di plastica, pacchetti di sigarette, packaging di ogni tipo, sacchi di plastica, spazzatura, rottami abbandonati. Sono probabilmente milioni i mozziconi di sigarette sparsi dovunque nelle piazze e nelle strade dei borghi d’arte, mozziconi ognuno dei quali ha un tempo di dissolvimento di oltre 10 anni.

Un’altra abitudine intollerabile ormai scomparsa da tutti i paesi civili è quella di abbandonare dovunque gli escrementi dei cani. Uscendo da Arpino al mattino presto ne abbiamo incontrati per strada centinaia.

Queste annotazioni (certamente non esaustive) non intendono essere svalutative, bensì sottolineare un problema che a nostro avviso esiste. Le popolazioni a sud di Roma non sembrano amare la propria terra abbastanza da rispettarla ed accudirla così come si rispetta ed accudisce la propria casa. Questo non è problema di amministratori incapaci, è anzitutto responsabilità dei cittadini. Nessuno butterebbe un mozzicone sul pavimento della propria sala da pranzo, e tantomeno permetterebbe al proprio cane di defecarvi. Nessuno parcheggerebbe la propria auto in camera da letto; perché parcheggiarla davanti alla scalinata della cattedrale della propria città?

Il vero salto di qualità del turismo in queste bellissime zone d’Italia potrà avvenire attraverso un atto d’amore della gente verso la propria terra. Rispettare il territorio, riparare i danni riparabili, evitare di farne di nuovi. Il culto della bellezza sarà la chiave del successo. Abbiamo visto segni positivi in questa direzione. Occorre fare di più.

Monte Tabor, Galilea

Prima di raccontare la straordinaria vicenda che mi occorse durante il mio cammino in Galilea, vorrei affermare con la massima decisione di non avere mai creduto a fenomeni soprannaturali di alcun tipo. Ciononostante devo ammettere che qualcosa di insolito accadde, qualcosa che non so ancora oggi spiegarmi. Ma lasciatemi andare per ordine nel narrare come andarono le cose.

Era il maggio 2018, mese in cui ricorreva il settantesimo anniversario della fondazione dello stato di Israele. Mi piacerebbe raccontare che ebbi l’onore di conoscere a Gerusalemme il maestro pugliese Francesco Lo Toro, pianista e direttore d’orchestra che aveva passato trent’anni della sua vita a cercare spartiti musicali composti da musicisti ebrei nei campi di sterminio nazisti. Grazie a queste benemerenze, in quel mese di maggio egli ricevette i più alti riconoscimenti dallo stato di Israele nel corso di bellissime cerimonie pubbliche. Sarebbe interessante approfondire questa storia, ma temo che ci porterebbe  troppo lontano dal nostro tema.

Dopo alcuni giorni trascorsi a Gerusalemme presi dunque un treno per San Giovanni d’Acri (Akko), il mitico baluardo dei Crociati in Terra Santa, da cui partii a piedi per il mio viaggio in Galilea. Il pellegrinaggio, della durata di otto giorni, mi avrebbe portato dal Mare Mediterraneo ai monti sovrastanti il Lago di Tiberiade lungo molti dei luoghi dove si svolsero i fatti narrati dai Vangeli sulla vita di Gesù. In totale 120 chilometri che avrebbero toccato Zippori, Nazareth, Monte Tabor, Tiberiade, Monte Arbel, Migdal, Cafarnao, Tabga, Monte delle Beatitudini, Khirbet Minim, Wadi Amud.

La Galilea è un territorio affascinante, prevalentemente collinare, che alterna zone aride e pietrose con altre lussureggianti di boschi e coltivazioni. La popolazione è in gran parte araba, e tra gli Arabi sono abbastanza numerosi i Cristiani. Devo dire che si tratta di un popolo estremamente gentile e disponibile ad aiutare un pellegrino in cammino con lo zaino in spalla. Ricordo ad esempio che smarrii il cappellino e rimasi a testa nuda sotto un sole massacrante. In un villaggio arabo trovai una bottega di abbigliamento. La proprietaria mi spiegò che non vendeva cappelli, ma poi salì in casa sua e mi portò una paglietta blu elettrico che era appartenuta al marito appena defunto. Quella paglietta mi accompagno’ per tutto il viaggio e ancora oggi la conservo gelosamente.

Il terzo giorno di cammino giunsi quindi in vista del Monte Tabor. Era questo il luogo dove, secondo il Nuovo Testamento, era avvenuta la Trasfigurazione di Cristo. Il monte si elevavava sulla pianura con la forma di un panettone, raggiungendo la non eccezionale altezza di 600 metri. Poiché la pianura era a quota 200, c’era da salire per soli 400 metri.

Il Monte Tabor

L’episodio della Trasfigurazione di Cristo è narrato nei Vangeli di Marco, Matteo e Luca. In cosa consiste’ questa celebre apparizione? Dopo essersi appartato con i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù cambiò aspetto mostrandosi ai tre discepoli “con uno straordinario splendore della persona e uno stupefacente candore delle vesti”. Quale fu, secondo le interpretazioni dei teologi cristiani, il significato di questa luce increata e immateriale che risplendette dal Salvatore trasfigurato? Sono quattro le interpretazioni

Trasfigurazione di Gesu

Essa ci rivela la gloria della Trinità

Essa ci rivela la gloria di Cristo come Dio incarnato

Essa ci rivela la gloria della persona umana

Essa ci rivela la gloria dell’intero cosmo creato

Insomma, fu la Trasfigurazione avvenuta sul Monte Tabor a dare un senso universale al sacrificio di Cristo sulla croce e alla nascita dell’intera cristianità.

Con animo reso leggero dalla vicinanza della meta e dal cielo azzurrissimo mi accinsi alla salita che fu assai piacevole data la varietà dei paesaggi che continuamente si dischiudevano sulle colline della Galilea. In poco più di un’ora arrivai in cima. Un grande arco in pietra di epoca crociata accoglieva i pellegrini. Dietro di esso un lungo viale circondato da aiuole fiorite conduceva al Tempio. Sul lato destro una fila di bassi edifici era destinata ad ospitare i frati e i visitatori. L’intero complesso è stato ricostruito nel 1924 sulle rovine di un monastero benedettino di epoca crociata distrutto nel 1221 dal sultano al-Malik. Era lì che avrei dormito quella notte.

Dopo avere depositato lo zaino nell’ostello mi recai a visitare il Tempio. Occorre dire a chi legge che Monte Tabor viene visitato ogni giorno da innumerevoli gruppi di pellegrini provenienti da tutti i paesi del mondo. Ciascun gruppo è normalmente accompagnato da un prete a cui, dopo la visita al Tempio, viene assegnato uno spazio all’interno della basilica oppure all’esterno sotto uno dei tendoni che proteggono dai raggi del sole per celebrare la messa. Devo dire che la sorte mi ha malauguratamente privato del conforto della fede e che l’interesse per questo luogo e per tutti quelli che avrei in seguito visitati era legato alla storia dei fatti che accompagnarono la vita dell’uomo Gesù. La storia è infatti il mio principale interesse e ciò di cui occasionalmente scrivo.

La giornata trascorse così assai tranquillamente nella bellezza e nella pace. Feci anche una lunga passeggiata sulla cima del monte, che mi condusse a visitare il vicino Tempio ortodosso. Piano piano le ombre cominciarono ad allungarsi sulle colline della Galilea. I gruppi di fedeli ripartirono sui loro autobus finché rimasi da solo nel grande complesso religioso. Non da solo a dire il vero, perché restavano anche i tre ragazzi dell’associazione di Padre Eligio che gestivano l’accoglienza ai pellegrini. Essi dedicarono quindi molte attenzioni all’unico pellegrino rimasto sul monte, il sottoscritto.

Scese la sera, una sera di indescrivibile bellezza come si può solo immaginare. Consumai una cena frugale ma ottimamente confezionata nella grande mensa dei pellegrini. Come sempre succede in Terra Santa, la notte calò improvvisa. Quando uscii dalla mensa, il panorama era costellato dalle lontane luci dei villaggi arabi sparsi sulle colline. C’era un immenso silenzio. Decisi di recarmi verso la basilica la cui facciata illuminata dai fari si stagliava bianchissima contro l’oscurità della notte.

Il santuario di Monte Tabor

Giunsi dunque al piazzale antistante il Tempio. Una fresca brezza aveva spazzato via la calura del pomeriggio. Mi fermai ad ammirare la facciata e respirai a pieni polmoni la frescura della notte. Poi mi sedetti sui gradini.

Come talora accade anche alle anime più sensibili alla bellezza, invece di lasciarmi ispirare dalla magia dei luoghi per nobili meditazioni, non resistetti al richiamo del telefono cellulare. Estratto dunque il mio smartphone mi dedicai alla lettura dei numerosi messaggi pervenuti, e a rispondere a quelli che mi parevano più urgenti o importanti. Ero così concentrato che all’inizio non mi accorsi che qualcosa stava avvenendo alle mie spalle.

Davo le spalle al portone principale della grande facciata del Tempio il cui biancore rischiarava per alcuni metri l’oscurità della notte. Da principio ebbi come l’impressione che qualcosa si stesse muovendo dietro di me. Smisi di armeggiare con lo smartphone ed affinai l’udito per meglio capire, non osando girarmi. Il silenzio pareva totale. Invece no. Ad un certo punto cominciai a sentire come un lievissimo fruscio. Che fosse il vento rafforzatosi nel frattempo senza che me ne accorgessi? No, non era il vento. Confesso che provai un qualche timore di trovarmi così solo in un luogo così solitario. Ma pensai che mai un tale luogo avrebbe potuto nascondere delle minacce. Rimasi dunque in ascolto. Il fruscio cessò all’improvviso. Pensai che fosse stato uno dei soliti acufeni, magari un piccolo sbalzo di pressione legato al reverenziale timore che il luogo ispirava.

Poi all’improvviso il rumore dietro le mie spalle ritornò più forte di prima, ma non era più un fruscio. Cosa poteva essere? Ecco, sembrava come un… un frottare. Cominciai a spaventarmi. Sì, era un frottare di ali, di grandi ali. Come potetti non girarmi? L’unica occasione della mia vita, che avrebbe cambiato la mia vita. Pensate cosa sarebbe stato trovarmi davanti un… angelo! E se fosse stato qualcosa di diverso? Quest’ultimo pensiero invase la mia mente e mi sconvolse di terrore. Mi alzai in piedi di scatto e fuggii con tutte le mie forze verso il riparo sicuro della mia stanza nell’ostello.

Da allora ripenso spesso a quella notte e non so darmi pace di non avere avuto il coraggio di girarmi. Mai più ho avuto un’occasione del genere.

Storie d’amore a Palazzo Reale

Che c’entrano le storie d’amore con il Cammino di San Benedetto? E il Palazzo Reale poi? Certo che c’entrano. Un po’ come il detto “Tutte le strade portano a Roma” che è per molti un’evidente verità. Scava scava, scopri che un sacco di vie traverse portano al Cammino di San Benedetto.

Pensa per un attimo di trovarti al Palazzo Reale, quello di Milano naturalmente. Sei andato a vedere la mostra su Georges de la Tour. Costui è un pittore francese della prima metà del ‘600, praticamente dimenticato. Sebbene abbia conosciuto in vita qualche momento di celebrità,  Georges passa nel dimenticatoio degli imitatori del Caravaggio. Ma con il passare dell’età de la Tour va sorprendentemente oltre, esplora nuovi mondi che lo portano d’un balzo in un futuro imperscrutabile da cui verrà riscoperto 300 anni dopo.

Con queste belle sensazioni io e Carla usciamo dalla mostra per entrare nel museum shop dove non c’è nessuno (il COVID-19 ha fatto il vuoto attorno a sé) e cominciamo a curiosare tra i libri. Scelgo per me “Storie d’amore”, 15 racconti in 100 pagine. Vado alla cassa dove trovo una ragazza piacente, con una faccia seria ed occhi intelligenti. Come le presento il libro lei mi segnala che ci sono molti titoli in promozione con forti sconti. Vede, devo mettere questo libro in uno zaino con cui farò a piedi molti chilometri. Questo libricino va bene anche perché è piccolo e leggero, le spiego. Davvero? E dov’è che va? Il Cammino di San Benedetto, da Norcia a Montecassino. Poi mi unisco a Carla che sta continuando a curiosare qua e là.

Dopo un po’ lei sceglie un altro libro e torniamo alla cassa. La ragazza è raggiante. Ho guardato su Internet, dichiara, e ho trovato il Cammino! Ma è bellissimo! Davvero complimenti. Poi si rannuvola per un attimo. Un giorno o l’altro devo fare anch’io qualcosa del genere. Io la incoraggio a farlo, e ci lasciamo con grandi auguri di buon cammino.

Il primo racconto d’amore riguarda Catullo. Egli è un giovane poeta paracadutato a Roma dalla natia Verona. Siamo ai tempi di Giulio Cesare. Catullo è probabilmente di bell’aspetto ma mingherlino e cagionevole di salute. Già noto come poeta, si innamora perdutamente di Claudia, donna sposata bellissima e corrottissima, che diventa Lesbia nei versi del suo amante. All’inizio Lesbia è gentile e sembra corrispondere un Catullo smanioso di dare sfogo alla sua passione e forse presago di come andrà a finire.

“O Lesbia mia, i soli continueranno a sorgere e tramontare, ma a noi tramontata una volta per sempre la nostra breve luce toccherà dormire un’eterna notte. Oh, dammi mille baci, e poi altri cento, e poi mille ancora, e poi cento altri ancora. E adesso tutte queste migliaia di baci mischiamole insieme in fretta, senza contarle, per paura che l’invidia, al conoscere un tal numero di baci, non ci getti la mala sorte”

I timori superstiziosi di Catullo hanno presto ragione. Lesbia esibisce sfacciata i suoi cento amanti e poco o nulla si cura del giovane poeta che progressivamente sprofonda in un’abbietta prostrazione. Egli vorrebbe distaccarsi da Lesbia e dalle umiliazioni ch’essa gli infligge, e invece ne diventa schiavo. “Ti odio e ti amo” egli si lamenta. Fino al suo canto più patetico, quando tutto è ormai finito.

“O Lesbia, tu dicevi un tempo di non aver conosciuto altro uomo fuor di Catullo, e che non mi avresti preferito neppure lo stesso Giove. Allora io mi affezionai a te non al modo con cui il volgo suole affezionarsi all’amica, ma come un padre s’affeziona ai figli e al suo proprio sangue. Adesso t’ho conosciuta e, in conseguenza, brucio più di prima per te. Ma pure tu sei per me una cosa molto più leggera e vile. Come può essere, tu chiedi. Perché, ti rispondo, un’offesa come quella che tu m’hai fatto costringe l’amante ad amare di più, ma a voler bene di meno.”

Miracolo sulla Via Francigena

Il Sacro Scoglio di Santa Rita a Roccaporena, la contemplazione del meraviglioso panorama, i leggendari miracoli della santa mi riportano indietro ad una giornata di due anni fa. Era esattamente il 17 giugno 2018.

Radicofani

Dall’altissima rocca di Radicofani io e il nipotino Matteo scendiamo a piedi nella valle dove un tempo assai lontano gli sgherri di Ghino di Tacco rapinavano le carovane di passaggio. Per dire il vero, il celebre masnadiero (il cui nome venne impiegato dopo 7 secoli da Bettino Craxi per firmare i suoi articoli sull’Avanti) usava criteri particolari nello scegliere le sue vittime. Tra i viandanti rapinati doveva esserci almeno un vescovo o un conte, altrimenti i viandanti venivano lasciati passare tranquillamente. Non solo. I ricavi delle rapine venivano distribuiti al popolo del minuscolo villaggio. Insomma, un vero e proprio Robin Hood. Solo che invece che nella mitica foresta di Sherwood, Ghino di Tacco cavalcava nella Val d’Orcia.

E’ appunto in questa bellissima valle che io e Matteo camminiamo fianco a fianco. E’ il 17 giugno 2018, in cielo non c’è una sola nuvola e, per quanto ci siamo avviati di buon’ora per evitare il caldo, il sole comincia ben presto a picchiare. A 8-9 km da Radicofani le erte colline della Val d’Orcia si allargano gradualmente in un territorio pianeggiante. Costeggiamo il Fiume Paglia lungo la vecchia Cassia. Matteo, che ha 12 anni, è un ottimo camminatore, alto e forte per la sua età. Chiacchieriamo piacevolmente, ogni tanto ci scattiamo foto, e maciniamo chilometri. Dopo circa 17 km attraversiamo il confine tra Toscana e Lazio Ce ne vogliono in tutto una trentina, e sette ore di cammino, per arrivare alla nostra destinazione di tappa, la città di Acquapendente.

Giungiamo alquanto stremati dalla fatica e dal caldo verso le 14,30. L’ostello dove ho prenotato per dormire è un’antica badìa di cui non vi faccio il nome perché sono certo che la protagonista di questa storia preferisca il riserbo. Si tratta di una suora che gestisce questo luogo per i pellegrini, gente di passaggio, gente che ha bisogno di un ricovero e di un pasto. La chiamerò Madre Angela. Tuttavia non è lei che ci riceve, bensì due volontari che prestano servizio gratuitamente nell’ostello, cucinano, fanno le pulizie, rifanno i letti. Sono gentili e premurosi. Ci spiegano che non c’è tariffa per vitto e alloggio. Chi può permetterselo può lasciare una libera offerta, mentre I poveri alloggiano gratuitamente.

Nel luogo c’è una meravigliosa frescura, all’interno dell’antico fabbricato si apre un chiostro con un pozzo al centro, mentre sul retro c’è un grande terreno lussureggiante di alberi da frutta, filari di vigna, ed ogni sorta di ortaggi. Regna un certo naturale disordine, rivelatore della fatica con cui questo enorme lavoro è stato fatto nel tempo e va rinnovato ad ogni stagione. Vicino ad una fontana c’è un pergolato ombroso con un tavolo e delle panche dove io e Matteo ci sistemiamo per consumare i nostri panini e dissetarci.

Dopo un sonnellino ristoratore scendiamo nel chiostro. Queste sono le giornate più lunghe dell’anno, sono le cinque e mezza e il sole è ancora alto, ma nel chiostro c’è ombra e frescura. E’ lì che incontriamo Madre Angela, seduta sotto il porticato. E’ una donna dall’età apparente di 60 anni, un volto bellissimo che mi è impossibile descrivere, ricordo solo la serenità, la forza, l’amore che esso irradia. La suora siede compostamente, contornata dai suoi due aiutanti con cui conversa sommessamente. Io e Matteo ci sediamo di fronte a lei su una panca e lei si informa del bimbo e si congratula con lui che abbia voluto seguire il nonno nell’esperienza del cammino. Le chiedo di raccontarci di questo luogo. Madre Angela esita come per riordinare i pensieri, o forse nella storia ci sono aspetti troppo personali per essere raccontati, ma ecco che inizia. La voce bassa mi costringe ad avvicinarmi un poco per sentirci meglio.

“Molti anni fa ero in un convento. Non mancava il da fare, ero madre superiora, dovevo preoccuparmi un po’ di tutto perché il convento funzionasse a dovere e le sorelle svolgessero lietamente i loro compiti spirituali e materiali. Però ad un certo punto questo cominciò a non bastarmi più. Mi consultai con lui, volevo essere certa che il mio non fosse un atteggiamento di superbia, ma lui mi rassicurò, mi disse di seguire ciò che mi dettava il cuore. Così lasciai il convento.”

Tutto intorno nel chiostro c’è una grande quiete, si sente solo il cinguettio di uccelli. Vorrei chiederle cosa non le sia più bastato, ma taccio perché intuisco che lei ce lo dirà. “Fu così che andai a Roma e mi misi a cercare. Trovai un vecchio garage abbandonato in un quartiere di periferia. Volevo farne un rifugio, un piccolo ricovero per poveri dove prendermi cura di loro, dare loro un tetto e cibo e magari conforto dell’anima. Ma il luogo andava completamente rimesso in ordine, occorreva costruire delle stanze, metterci dei bagni, una piccola cucina, e anche una stanzetta dove potessi vivere io. Per questo occorreva denaro. Una suora non ha risparmi da investire. Il problema pareva insolubile, così mi consultai ancora con lui, gli spiegai il problema e i miei dubbi, ma lui mi incoraggiò ad andare avanti.”

Tra me e me penso che lui, l’amico di Madre Angela, dispensatore di così saggi consigli, dovesse essere un tipo molto speciale di commercialista. “Andai così a parlare con un monsignore nella curia diocesana – continua lei – e anche lui mi incoraggiò ma di soldi da darmi ce n’erano pochi, dovevo darmi da fare anche con la mia modesta persona. Sentii i parroci dei quartieri circostanti, il problema era sempre lo stesso, ma saltarono fuori parrocchiani che erano muratori, idraulici, elettricisti, brava gente. Chiesi loro di darmi una mano e me la diedero. Così, un po’ per volta, il ricovero nacque e prese a funzionare. Il lavoro di certo non mancava! Non avevo mai un letto libero. E c’è sempre stato qualcuno pronto a darmi una mano.”

A questo punto Madre Angela sosta e si fa nuovamente pensierosa. Intuisco che qualcosa sta per avvenire, una svolta importante nella sua storia. “Beh, io ero completamente felice di ciò che facevo, L’alloggio era una piccola cosa, ma i bisognosi che aiutavo mi ricambiavano regalandomi una grande gioia. Finché un giorno una persona che conoscevo venne a dirmi che in un paese a nord di Roma, a 100 o 150 km di distanza, sulla Via Francigena c’era una struttura religiosa abbastanza grande in stato di abbandono da molti anni. Perché non andare a vederla? Così feci. Il luogo era questo e, pur in completa rovina, era così bello da farmi battere forte il cuore. Ma dopo un’accurata ispezione disperai. Il tetto aveva ceduto in più punti e andava interamente rifatto. I muri perimetrali parevano solidi, ma gli interni erano un disastro, impianti inesistenti, tutto da rifare da cima a fondo. Inoltre la casa era diventata con gli anni una gigantesca uccelliera. Vi avevano nidificato uccelli di ogni tipo, e c’era in terra uno strato di guano alto mezzo metro. Il terreno sul retro era un ammasso di rovi che avevano divorato il lavoro dei frati che vi avevano dimorato in precedenza. Una cosa totalmente fuori dalla mia portata, me ne tornai a Roma. Ma con il passare del tempo quel garage con le sue poche stanzette cominciò a sembrarmi sempre più insignificante rispetto a quanto avrei potuto fare in una struttura come questa. Temetti però che un simile pensiero potesse nascondere un imperdonabile peccato di presunzione, di ambizione personale. Di cos’altro avevo bisogno che già non avessi? Dovevo tornare a parlare con lui, e lui fu subito disponibile ad ascoltarmi e consigliarmi. La tua fede, mi disse, non è in contrasto con la possibilità che ti viene offerta di ampliare la tua opera, e quella che tu chiami ambizione è cosa buona e giusta se indirizzata a realizzare il Bene. Questo è il compito dell’essere umano sulla terra, prima di approdare alla vita eterna. Le buone opere contano più dei buoni pensieri.”

Ascoltando Madre Angela parlare, mi rendo conto che lui non è per niente un bravo commercialista, lui è in realtà Lui e basta. “A questo punto – continua la suora – avevo bisogno di lasciar depositare i miei pensieri e le cose che Lui mi aveva detto. Per me il modo migliore per riuscirci è sempre stato quello di lavorare, lavorare, lavorare. Così mi misi a rinnovare il vecchio garage, tinteggiai le pareti con colori più allegri, sistemai una lavatrice che mi era stata donata, aggiustai dei rubinetti e cose del genere. Pensai anche di non poterne più di quella stanzetta dove abitavo io, dove non c’era neanche una finestra. Sentii un forte bisogno di aria, luce. Tracciai con una matita una finestrella sulla parete che ritenevo più adatta, presi un piccone e feci un bel buco. Mi accostai per respirare l’aria fresca che veniva da fuori, e guardai cosa c’era lì davanti. Dirimpetto, sulla strada che costeggiava il muro posteriore del mio garage c’era un negozio con un’insegna che diceva “Impresa di pulizie”. Lui mi ha dato un segno! pensai subito. Uscii, feci il giro dello stabile e mi diressi verso il negozio.

C’era dentro il proprietario che mi guardò meravigliato perché ero entrata nel negozio tutta impolverata dai calcinacci. Ero trafelata, così lui mi fece sedere e mi offrì un caffè. A cosa devo l’onore, mi chiese. Gli raccontai di questo vecchio convento abbandonato e di ciò che avrei voluto farne. Ma come fare per rimetterlo in ordine dalla situazione di rovina in cui si trovava? L’uomo mi ascoltò in silenzio e alla fine disse, bene, andiamo a vederlo. Come? Quando? Adesso, rispose. Così, dopo essermi rimessa un pochino in ordine, montai in auto con l’uomo e partimmo per Acquapendente. Quando arrivammo qui, lui ispezionò tutto con grande cura, e prese nota di tutto su un taccuino. Ebbene? Gli chiesi quando parve che avesse terminato. Ci vorrà tempo, rispose. E quanto costerà? Chiesi. Ci vorrà tempo, ripeté. Adesso torniamo a Roma.”

Mentre Madre Angela racconta, tutti la ascoltiamo in perfetto silenzio. Le ombre del pomeriggio hanno ormai completamente invaso il chiostro e il tempo sembra essersi fermato. Una magia che è difficile descrivere, una magia speciale si è impadronita di noi e di questo luogo. “Quello che accadde mi parve un miracolo, racconta con voce bassa la suora. Forse fu un miracolo, qualsiasi cosa noi possiamo intendere per miracolo. Per me miracolo è un segno tangibile che l’amore muove ogni cosa. Ebbene quell’uomo, il proprietario dell’impresa di pulizie, si mise in moto. Nei giorni feriali mandava avanti normalmente la sua impresa. Il sabato mattina all’alba lui e tre o quattro dei suoi operai partivano con un furgone e venivano qui a lavorare sabato e domenica. Quando ebbero ripulito tutto dal guano degli uccelli, ormai molti in paese sapevano quello che stava succedendo qui. Cominciarono ad arrivare contadini e altra gente umile con gli attrezzi, motozappe, motoseghe e quant’altro e ripulirono perfettamente i terreni dai rovi e dalle sterpaglie. Io venivo qui ogni volta che potevo ed era estasiata nel vedere come tutto era cambiato. Rifare il tetto era un grosso problema, ma ci fu chi regalò tegole e travi e arrivarono muratori per fare il lavoro. Fatto il tetto, ecco un geometra per riprogettare gli interni e gli impianti. Tutto a norma! Disse. La voce correva veloce nei dintorni. Si presentarono idraulici, elettricisti, imbianchini. C’è bisogno di qualcosa? domandavano. Nessuno chiese un soldo. Ci fu un solo momento doloroso, quando dovetti chiudere il piccolo ostello di Roma. Ma i pochi ospiti ebbero tutti una sistemazione, e finalmente mi trasferii qui.”

Madre Angela si ferma qui e capiamo che la storia è terminata. Probabilmente è giunta l’ora della preghiera, la suora si accomiata da noi e scompare in un piccolo passaggio. Non rivedremo più Madre Angela né la sera a cena nella grande cucina del convento con gli altri ospiti, né la mattina dopo alla partenza per Bolsena.
Qui finisce il mio racconto. Ma devo dirvi che quando si cammina invece di correre insensatamente in automobile si ha più tempo per guardare le cose e maggiore disposizione ad aprire l’anima. E allora certe cose che normalmente ci sfuggono le notiamo. I miracoli, qualsiasi cosa siano, possono far parte di queste cose.

Beh, ho già parlato abbastanza. Magari troveremo un’altra occasione. I miracoli non mancano, particolarmente ai pellegrini. Ad esempio quella volta che ero in cammino in Galilea…

Deserto del Negev: un’indovina mi disse

L’amico Roberto mi ha dato ieri una bella botta: anche se la nefasta predizione da parte dell’indovina Antonietta di un’oscura fine nel deserto del Negev fosse revocata, ebbene anche in questo caso lui si ritirerebbe dall’impresa. Per chi non lo sapesse, l’impresa avrebbe dovuto consistere nella traversata del Negev da Eilat sul Mar Rosso a Arad, ai confini del deserto di Giudea, 400 km più a nord, naturalmente a piedi. Era tutto combinato, ero riuscito a trovare una guida che per un prezzo onesto ci avrebbe trasportato il bagaglio (tende, viveri, acqua, insomma la solita roba) al termine di ciascuna delle 20 tappe di quell’aspro tragitto.

Il cammino era programmato per marzo di quest’anno. Sia io che Roberto eravamo animati dal sacro furore dell’avventura, manco il Negev fosse stato la Dancalia da cui per cinquant’anni mai nessun esploratore tornò indietro. Senonché lo scorso ottobre mia moglie Carla, durante una visita a Pescara, ebbe la pessima idea di accompagnare sua sorella da Antonietta. Costei è un’anziana che predice il futuro leggendo le carte. Immagino già l’incredulita’ di coloro che stanno leggendo queste righe. Ebbene, provate a perdere il vostro gatto più amato, oppure a dimenticare dove avete nascosto quei 5.000 euro che servivano per la vacanza in Thailandia con la vostra dolce metà. Con poca spesa e in brevissimo tempo Antonietta risolverà il vostro problema. E’ naturale quindi che mia cognata, che vive a Pescara, consulti Antonietta da molti anni per qualsiasi problema di famiglia.

Così è stato che Carla abbia accompagnato la sorella da Antonietta e, giacché c’era, le abbia chiesto rassicurazioni circa la nostra progettata traversata del Negev. Antonietta diede le carte e trascoloro’. Non è possibile, disse. Rifece nuovamente le carte e la faccia le divenne terrea. Signo’ disse, vostro marito non deve partire. Perché? Morte certa, fu la lapidaria risposta. E l’amico che lo accompagna? Signo’ pure lui. Questi non devono partire nisciuno dei due.

Fu così che il nostro progetto naufrago’ miseramente. Anche Roberto accettò il fatto che con Antonietta c’era poco da scherzare. Quello che è poi accaduto nel marzo di quest’anno lo sapete bene. Il mondo intero travolto dal COVID-19. Cosa sarebbe avvenuto se l’epidemia ci avesse colti nel mezzo del deserto? Nessuno può dirlo. Quello che è certo è che io mi sono rifugiato a Bonassola in cima al monte della Caminà e Roberto nella sua villa a Besozzo. Felicemente isolati dal mondo per oltre 3 mesi. Vivi e vegeti.

Parendomi dunque che l’aver trovato una causa precisa della fosca predizione di Antonietta mi esonerasse finalmente dall’ubbidienza alla sua prescrizione, ho annunciato a Roberto la mia intenzione di riprendere in mano il progetto Negev. Non se ne parla, ha risposto lui, il progetto è ormai decaduto. E perché? Perché non mi fido della soluzione che hai trovato. Dunque, qualcuno che manco conosco lascia per noi in mezzo al deserto tende, viveri e quant’altro. Ci pensi se questa roba, tecnicamente abbandonata, viene rubata da qualcun altro? Noi che facciamo, cosa mangiamo, dove dormiamo?

Cari amici, tra cui molti che so essere figli di Israele, aiutatemi voi a convincere Roberto. È mai possibile, vi chiedo, che un buon ebreo timorato di Dio, o magari un Beduino, vada rubando nelle sconfinate distese del Negev provviste destinate alla sopravvivenza di camminatori come noi? È mai possibile?

Un’ora e mezza a Spoleto

Un tempo appena sufficiente per una corsa dalla stazione ferroviaria alla magnifica Piazza del Duomo. Siamo circondati dai luoghi, anzi – per meglio dire – dalle scenografie del mitico festival. Negli stretti vicoli, tra i muri di pietra si annidano antiche memorie di concerti, balletti, conferenze. E poi la vita nelle strade e nelle piazze, tra un evento e l’altro quando bar e ristoranti si riempivano e ai tavoli trovavi gli artisti ed il mitico fondatore Menotti. Ricordo che fermammo Dario Fo, aveva appena preso il Nobel, e si intrattenere a lungo a chiacchierare con noi. Un’altra volta eravamo in una trattoria ed entrarono una ventina di cantanti russe dell’opera Guerra e Pace. Chiesi loro se potevano cantarci qualcosa e dopo breve consultazione si lanciarono in un’aria russa. Erano donne di fattezze poderose e dai seni immensi, e le loro voci erano così potenti da far tremare i vetri delle finestre diffondendosi nei vicoli di mezza Spoleto. Alla fine eravamo storditi, come confusi. Uscendo pensai bene di raccogliere gli autografi. Forse sotto l’influenza di un fiasco di rosso, una delle donne scrisse “I love you”.

Un’altra cosa che ricordo volentieri sono i concerti mattutini al teatro Caio Melisso, quando le artiste si presentavano sulla scena con i capelli ancora scarmigliati, le palpebre pesanti della notte, l’abbigliamento sommario, insomma erano irrimediabilmente sexy. Melodie meravigliose quelle suonate al Caio Melisso di prima mattina quando la città era torpidamente impegnata a smaltire le ore piccole dei dopo teatri.

Ma il tempo è avaro e i ricordi svaniscono rapidamente come sono venuti. Corriamo nella città bassa a prendere il bus che ci porta a Norcia.

Per il cammino di San Benedetto occorre prepararsi bene

Domani si parte. Obiettivo: percorrere a piedi il Cammino di San Benedetto, ovvero i 300 km che vanno da Norcia a Montecassino. Nulla di meglio, la sera precedente, che essere invitati a cena da Patrizia e Domenico. Questa potrebbe apparire una cosa banale da raccontare, è venerdì sera, no? Invece non è banale per niente perché siamo reduci da 3 mesi e 3 settimane trascorsi in quasi totale isolamento nella nostra casa di Bonassola in cima al monte dalla Caminà. Questo è quindi un evento straordinario, un ritorno ad una quasi normalità, la prima cena con amici da un giorno ormai lontano. Attorno all’ampio tavolo tondo siamo in sei disposti a coppie, dove ciascuna coppia è a un metro e mezzo dall’altra. Distanziamento sociale. Naturalmente tutto questo andrà presto a farsi benedire e riprenderemo le posizioni di sempre. Vale la pena di dire che dopo i consueti aperitivi Domenico serve un trionfale spaghetto alle vongole, seguito da una divina orata con patate al forno, il tutto innaffiato dal Friulano (un tempo Tocai) dell’amico Giovanni Foffani, vigne situate a Clauiano, a due passi dal confine sloveno. Poi fragole dell’orto con gelati di crema e torroncino. Che tripudio.

La mia preparazione è stata ottima. A casa anche lo zaino è pronto. Domani si parte!