VdA, 6 luglio 2022, Piano del Cammino

Questo cammino che mi sto apprestando ad intraprendere non si puo’ definire propriamente un cammino religioso: ha le caratteristiche piu’ di un cammino storico attraverso vallate e pianure che ancora una volta rappresentano la ricchezze di un’Italia minore che difficilmente potrei visitare ed imparare a conoscere se non avventurandomi a piedi. Cerchero’ quindi di definirmi questa volta non come un pellegrino nel senso religioso del termine, ma piuttosto come un “wanderer”, un viandante che possa di nuovo perdersi nella Natura per poi ritrovarsi.

Da quando avevo concepito l’idea di continuare un cammino partendo da Pavia, sono passati quasi 20 mesi non solo in parte condizionati dal perdurare dell’epidemia di COVID-19, ma, per quanto mi riguarda, dall’avere dovuto subire un intervento chirurgico alla spina dorsale per risolvere un dolore di origini nervose che mi ha quasi paralizzato la parte posteriore delle cosce e di conseguenza anche la possibilità’ di stare in piedi e di camminare per piu’ di dieci minuti. L’intervento e’ andato bene, grazie soprattutto alla competenza del chirurgo e forse anche alla mie condizioni generali di salute. Sono grato oggi di avere superato questo invalidante ostacolo, e la decisione di affrontare questo nuovo cammino di montagna, con dislivelli notevoli sia in salita che in discesa, vuole anche anche essere un ringraziamento e perche’ no, anche uno stimolo per chiunque si trovi nelle condizioni di non vedere vie d’uscita in caso di situazioni simili alle mie. Di conseguenza ho deciso di compiere questo nuovo cammino in solitaria, per non dovere coinvolgere altri camminatori nel caso debba interrompere il viaggio per una qualunque ragione. Se mi stanchero’ mi fermero’, se avro’ fame mangero’, se mi sentiro’ in difficolta’ cerchero’ dentro di me le risorse necessarie per affrontare il disagio, e cosi’ sia.

Partiro’ il 9 luglio per raggiungere Pavia in treno e pernottare allo stesso ostello dei Pellegrini, presso la parrocchia di S. Maria in Betlem a Borgo Ticino, dove avevo pernottato il 21 ottobre 2020, insieme a Luciano il mio compagno di cammino lungo la Via Francisca. Il cammino vero e proprio iniziera’ il 10 luglio alle 6 di mattina (o anche prima se riesco) con l’obiettivo di raggiungere la prima tappa alla fine della mattinata e al riparo dalle temperature che si preannunciano torride.

Piano preliminare in 9 tappe

Prevedo di arrivare a Bobbio in 4 o 5 tappe e poi fino a Pontremoli in altre 5 o 7 tappe. Se le mie condizioni fisiche e quelle atmosferiche lo consentiranno, forse qualche tappa si potra’ accorpare ma non voglio essere condizionato dal rispetto del tempo e del ruolino di marcia, piuttosto che dalla necessita’ di arrivare a completare l’itinerario in buona salute.

Mi conforta riesumare dall’armadio, l’amato/odiato zaino e ritrovare le attrezzature che ho raccolto in questi 10 anni di cammini. Da quando nel 2012 ho voluto sperimentare questa fantastica ebbrezza di liberta’ e di gratitudine, impegnandomi per 42 giorni e 1000km sul Cammino Francese di Santiago di Compostela, da Lourdes a Finisterre, per celebrare i raggiunti 6 decadi di vita, fino ai cammini piu’ recenti come l’IC2C, Italy Coast to Coast (Da Camerino ad Orbetello) oppure il Cammino di San Benedetto (da Norcia a Montecassino), od ultimamente la Via Francisca da Lavena Ponte Tresa (confine con la Svizzera) fino a Pavia, ho cercato scaramanticamente di conservare le attrezzature e gli indumenti utilizzati quasi come fossero una sorta di divisa del mio pellegrinare. Ogni pezzo della mia dotazione mi racconta una storia e mi fara’ compagnia anche questa volta.

Nel compiere il mio settantesimo anno, voglio segnare questo passaggio con una pietra miliare speciale, un ricordo ed un racconto da dedicare ai miei nipotini, Matteo e Luca, come un lascito di vita vissuta. Chissa’ de Dio mi concedera’ anche la possibilita’ di percorrerne un tratto insieme!

Voglio anche ringraziare l’organizzazione di supporto alla Via degli Abati nella persona del Sig. Elio Piccoli, che mi ha fornito preziose informazioni sul cammino nonche’ mi ha fornito le credenziali e altri supporti cartografici. Un ringraziamento va anche alla Sig.ra Stefania Greggio dell’infopoint di Pavia, che si e’ resa personalmente disponibile a recapitarmi le credenziali presso l’Ostello di Borgo Ticino perche’ le trovassi al mio arrivo.

Usero’ tracce GPS scaricate sia dai siti ufficiali che da altri camminatori precedenti e usero’ WikiLoc come applicazione di tracciamento.

La Via degli Abati (Abbotts’ Way) altrimenti detta la Via Francigena di Montagna

Nell’ottobre 2020, una volta arrivato a Pavia seguendo la Via Francisca da Lavena Ponte Tresa, mi ero riproposto di ripartire dal notevole crocevia di cammini medievali di Pavia per tentare un qualche proseguimento ideale attraverso gli Appennini. Il principale tragitto che attraversa Pavia e’ forse la Via Francigena che da secoli guida i pellegrini inglesi da Canterbury verso Roma, e via via anche tutti quelli che confluivano dai territori e paesi attraversati. Il percorso in Italia si origina dal Passo del Gran San Bernardo e attraversa la Val d’Aosta e la pianura padana, e arriva a Pavia da Vercelli.

Nel tempo, tutti questi cammini hanno dato luogo a varianti locali in funzione di vari ostacoli che si venivano a frapporre per i pellegrini nel tentativo di potere raggiungere Roma incolumi. E mi riferisco non solo a cambiamenti morfologici del terreno, frane, terremoti, incendi, ma anche a pestilenze, attraversamenti di zone malariche e poco salubri, oppure infestate da animali selvaggi, e persino dal brigantaggio, o forse anche soggette a pesanti taglieggiamenti dalle signorie locali.

Il percorso della via Francigena classica esce da Pavia verso Est e segue per cosi’ dire il percorso del fiume Po verso Fidenza per poi imboccare la valle del Taro e scollinare dal Passo della Cisa verso la Lunigiana e poi proseguire a ridosso delle Alpi Apuane verso Lucca. Il percorso alternativo che mi sto apprestando a seguire, ricalca invece il passaggio di San Colombano da Bobbio verso Roma (https://it.wikipedia.org/wiki/Colombano_di_Bobbio), si distacca quasi subito dai segnavia della Via Francigena e si inerpica quasi subito tra i vigneti dell’Oltrepo’ Pavese e si snoda trasversalmente alle valli emiliane percorse dagli affluenti meridionali del Po passando per Bobbio (72km) e ricongiungendosi al tracciato classico della Via Francigena a Pontremoli nella Valle del Magra. Totale 196km, 6800m di elevazione totale e circa 6300m di discesa.

A Pontremoli poi ci si trovera’ di fronte al dilemma se continuare lungo la Via Francigena classica, oppure darsi alla macchia nel Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano e raggiungere Lucca attraverso la Garfagnana, la Via del Volto Santo, ma questo sara’ un altro cammino.

[Fotografia ed itinerario del cammino tratto dalla omonima guida edita da Terre di Mezzo, 2^ edizione, giugno 2019]

VFdL, Tappa 7, 21 ottobre 2020, da Morimondo a Pavia, 34 km (+6.7 km in giro per Pavia), 8:21 hrs

Scrivo questo post mentre sono gia’ arrivato a casa, al riparo dalla pioggerellina autunnale che da ieri sera ha cominciato a cadere incessantemente, in perfetto sincronismo con il nostro rientro da Pavia, per fortuna ancora all’asciutto. Il fuoco arde nel camino, un pezzo jazz si diffonde per la stanza al calduccio, ma con un caffe’ in mano e con il naso alla finestra comincio a fantasticare sul prossimo viaggio, la prossima primavera ormai, sia per il clima sia per le restrizioni imposte dalla pandemia COVID. Penso che il punto di partenza questa volta potrebbe essere proprio Pavia, proprio per onorare il classico motto del viandante: “Ogni arrivo, e’ anche una partenza”. Da Pavia c’e’ solo l’imbarazzo della scelta: da li infatti partono la Via Francigena sia verso Roma che verso Canterbury, Il Cammino di S. Agostino verso nord a Milano e fino a Monza, La Via degli Abati che va a Pontremoli e prosegue fino a Lucca con la Via del Volto Santo, oppure la Via del Sale per Varzi fino a Portofino.

Ma forse prima di divagare, e’ meglio ricollegare i ricordi per descrivere la tappa che ci ha condotto a Pavia partendo dall’affascinante borgo abbaziale di Morimondo. La Foresteria dove alloggiamo non fornisce colazione la mattina e per non fare la strada a ritroso percorsa la sera prima per arrivare a Morimondo, dove peraltro non ci sono ristori o bar aperti la mattina presto in questa stagione, decidiamo di tagliare per i campi e puntare verso qualcuna delle altre cascine trasformatesi in piccoli centri e disposte lungo la provinciale. In effetti la strada segnata avrebbe costeggiato ancora per un lunghissimo tratto il naviglio Bereguardo, bellissimo senza dubbio, ma che a lungo andare diventa monotono.

Sincronizziamo la partenza con l’orario di apertura della chiesa abbaziale di Morimondo per avere la possibilita’ di una visita di buon auspicio prima della lunga tappa. La chiesa, esempio maturo di stile cistercense che importa gia’ qualche elemento di gotico lombardo, e’ stata eretta nel 1182, e fortunatamente ha conservato nel tempo tutta l’essenzialita’ della concezione spirituale del tempo resistendo bene alle modifiche del Rinascimento e del Barocco. Anche la struttura esterna con mattoni a vista si pone come elemento ricorrente di moltissime altre costruzioni del territorio.

Ci incamminiamo attraverso i campi bagnati di rugiada per tratturi e strade campestri seguendo solo il nostro navigatore, il quale non riporta fedelmente l’intrico di passaggi sopra gli abbondanti rigagnoli e corsi d’acqua e quindi nostro malgrado ci troviamo piu’ volte fuori strada, rincorsi dai cani delle fattorie e apostrofati in modo non propriamente gentile dai villici, che ci ingiungono di fare lunghe deviazioni. Troviamo finalmente a Basiano una trattoria con un proprietario scorbutico che ci indica di proseguire fino a Fallavecchia, dove c’e’ un negozio di alimentari ed un’altra trattoria.

Fallavecchia si rivela un borghetto ottocentesco edificato in vari complessi rurali intorno ad una chiesa, varie abitazioni dell’epoca, stalle con simpatiche mucche e vitelli nonche’ finalmente un posto dove riposare un poco e farci la colazione con una fetta di crostata e farci preparare due panini al prosciutto per il viaggio.

Riprendiamo il cammino lungo il naviglio per ben 13 km (2.5h circa) circondati da campi di cereali a vista d’occhio finche’ non ci riposiamo sulle panchine intorno al monumento ai caduti di Bereguardo per sbranarci il panino innaffiato da una buona birra rossa (e anche molto cara) alla Birreria il Boccale del Conte. I rimanenti 16km si snocciolano pigramente attraversando fattorie e antiche cascine come la fattoria Moriano con annessa chiesa dei SS. Pietro e Paolo, e poi per vie carrozzabili poco piacevoli, fino alla periferia di Pavia, dove, a San Lanfranco, si prende un piacevolissimo percorso a ridosso del maestoso fiume Ticino lungo un parco pubblico. Alla fine il famoso ponte coperto ci segnala che la fine del percorso e’ ormai giunto.

Poche centinaia metri ci separano dall’Ostello di S, Maria di Betlem dove passeremo la notte, ma non prima di concederci una cena di celebrazione del compiuto cammino alla Antica Trattoria Ferrari a Borgo Ticino, con una discreta bottiglia di Bonarda Mazzolino.

Il treno per rientrare a casa parte verso mezzogiorno della mattina dopo, e cogliamo quindi l’occasione di bighellonare a zonzo per questa cittadina cosi’ piena di storia, ma soprattutto per recarci a San Pietro in Ciel d’Oro a ritirate il Testimonium, cioe’ l’attestato rilasciato dal Priore del Convento degli Agostiniani ai pellegrini che presentano le credenziali di avvenuto percorso. La antica Ticinum, citta’ delle Cento Torri, ora ne ha ben poche da mostrare: tre sono in prossimita’ dell’Universita’, una tra le piu’ antiche del mondo, fondata nel 1361, e mentre passiamo fanno da sfondo alle foto di laurea di qualche studente. Una quarta, in prossimita’ del Duomo, e’ crollata rovinosamente nel 1989 facendo numerose vittime e di cui ora rimane solo la campana originaria.

Nella cripta di S. Pietro in Ciel d’Oro (Cieldauro dice Dante nel X canto del Paradiso) scopriamo le tombe di Severino Boezio, citato appunto nel versetto di Dante, importanti Re Longobardi come Liutprando, e in ultimo l’Arca mausoleo di S. Agostino da Ippona (Algeria).

Cosi’ termina anche questo viaggio, tra il piacere del ritorno a casa e la nostalgia di questi giorni passati tra i fitti boschi prealpini, e sconfinate pianure agricole, tra i ruscelli prepotenti delle vallate del Campo dei Fiori e tra il placido fluire dei navigli della bassa lombarda. Un tributo alla mia provincia ed alla mia regione, di cui ho scoperto scorci e frammenti di storia molto interessanti. Un tributo importante in questo mio desiderio di conoscenza del mio paese attraverso l’esplorazione lenta del camminatore curioso.

VFdL, Tappa 6, 20 ottobre 2020, da Castelletto di Cuggiono a Morimondo, 26.4 km, 7:14 hrs

Tappa meravigliosa! A pari merito con la prima, da Lavena a Ganna, e benchè decisamente più lunghetta, vale assolutamente il viaggio. Il naviglio ed il paesaggio che attraversa, rievocano le gesta di epiche battaglie tra i Visconti ed i Torriani per il dominio di queste terre irrigue da una rete di canali e chiuse che convogliano sapientemente l’acqua nei vari appezzamenti agricoli. Ancora oggi molti di questi sistemi sono in uso, e le rispettive saracinesche portano stampigliati i nomi delle cascine cui l’acqua è destinata.

Il naviglio è stato anche e soprattutto una via di comunicazione tra il Ticino ed il lago Maggiore con Milano per persone e merci. Le innumerevoli chiuse e le “conche”, cioè aree di svincolo per le varie chiatte in attesa di passare, lo testimoniano a tutt’oggi. A volte sembra anche di vedere Leonardo da Vinci aggirarsi pensoso in questi luoghi che videro realizzate molte delle sue ingegnose ìnvenzioni idrauliche.

Siamo partiti sotto l’auspicio di una giornata nuvolosa secondo le previsioni e invece l’alba si è aperta offrendoci una tavolozza di molte varietà di rosa.

Abbiamo perlustrato un po’ la splendida ristrutturazione del convento, scoprendo una camera interamente affrescata e lasciata quasi intatta da cui i monaci infermi potevano assistere alla messa tramite una finestrina aperta sulla chiesa sottostante. Il buon Franco intanto ci aveva approntato una robusta colazione, e alle 8:30 ci siamo incamminati lungo l’alzaia del Naviglio Grande che ci accompagnerà per circa 16 km fino ad Abbiategrasso.

L’aria frizzante della mattina condensa la superficie del naviglio con una leggera nebbiolina, creando un’atmosfera irreale quasi mistica. Ci carichiamo di entusiasmo e buone aspettative per la giornata, dopo la delusione di quella di ieri.

Da Robecco a Cassinetta di Lugagnano é tutto un susseguirsi di belle ville e dimore storiche, inframmezzate da cascinali stupendamente ristrutturati.

Ad Abbiategrasso ci beviamo una buona birra ambrata e finiamo le nostre scorte di frutta in un bar vicino all’ingresso della ex-Mivar, storica fabbrica di televisori, che è stato il mio primo cliente di giovane venditore Texas Instruments nel giugno 1978.

Ci incamminiamo lungo il naviglio di Bereguardo lungo un alzaia dritta dritta, interrotta qua e là da chiuse che probabilmente derivate direttamente da progetti leonardeschi.

Arriviamo a Morimondo nel primo pomeriggio un po’ provati e non riuscendo ad individuare subito l’ingresso della Foresteria dell’Abbazia dobbiamo telefonare perchè ci vengano a prendere. Alla fine scopriamo che la Foresteria è ospitata all’interno del Municipio che a sua volta usa i locali dell’ex-convento ristrutturato. Saliamo varie rampe di scale con viste su chiostri che circondano giardini interni molto ben curati, e con statue di Madonne e di Santi sparse per i corridoi. Alla fine riusciamo a farci una doccia rigenerante e a prenotare la cena alla Trattoria La Grancia all’interno di uno dei vari cortili del complesso monastico cistercense: risotto ai funghi porcini e luganega in umido con cavolo nero.

Domani la tappa finale con arrivo a Pavia, nostra destinazione finale. Sarà un’altra giornata impegnativa, ma sto bene e sono sicuro che ce la farò alla grande. Buena Noche.

VFdL, Tappa 5, 19 ottobre 2020, da Castellanza a Castelletto di Cuggiono, 21.6km, 6:10 hrs

É proprio vero che la stanchezza é il miglior sonnifero e anche questa volta é riuscita a fare passare la notte con molte ore di sonno malgrado il rumore di traffico sulla strada sottostante le nostre finestre. Rinuncio a fare la doccia in risposta all’acqua che rinuncia persino a diventare appena tiepida. La colazione é rigorosamente stantia con brioches della consistenza del marmo. Ci mettiamo infine in marcia verso le 9 sotto un cielo grigio pallido e qualche badilata di nebbia. Dobbiamo attraversare tutta Legnano e Castellanza per arrivare fino all’ingresso del Parco Alto Milanese.

Vediamo subito molti scoiattoli che non riusciamo a riprendere ma che sembrano convivere alquanto a loro agio con gli sparuti visitatori, molti a spasso col cane, moltissimi in tenuta da jogging o in bici.

Finito l’idillio con il parco, entriamo subito a contatto con la realtà sconcertante dell’hinterland milanese, dove moltissimi capannoni industriali, alcuni in operazione, ma molti in vendita o comunque apparentemente deserti delimitano larghissime porzioni di territorio abbandonate a se stesse e alla dilagante maleducazione di chi getta rifiuti di ogni genere a tonnellate ai bordi delle strade. Uno spettacolo a dir poco rivoltante e che la dice lunga sulla civiltà di molti Italiani.

Il percorso attraverso il territorio comunale di Buscate è veramente orribile: quando non si passa tra le discariche abusive, si devono superare avvallamenti sulla strada pieni di acqua e fango, spesso da aggirare camminando su strati di rifiuti indicibili, oppure transitare su strade asfaltate molto trafficate anche da mezzi pesanti e molto pericolosi. Interessanti imprecazioni da parte di chi ha forse subito dei torti, fanno da contorno ad un paesaggio che poi non  sarebbe così male tra campi coltivati e greggi al pascolo.

A dispetto di come tratta il suo territorio, il centro abitato di Buscate è sufficientemente accogliente per convincerci ad una sosta con un panino e caffè.

Per fortuna Cuggiono, il paese successivo, è già parte del Parco del Ticino, il che sembra garantire una maggior cura del territorio senza rifiuti in giro. Arriviamo alla Scala di Giacobbe, il nostro rifugio per la notte verso le 15 quando Franco ci accoglie e dopo averci registrato ci mostra i nostri alloggi.

La Scala di Giacobbe, piccolo complesso monumentale sito a Castelletto di Cuggiono, in provincia di Milano, si è sviluppato accanto ad un’antica cappella, dedicata ai Santi Giacomo e Filippo. In epoca imprecisata, ma verosimilmente nella seconda metà del sec. XIV, i religiosi dell’ordine dei Domenicani giunsero nel piccolo borgo forse in seguito a donazioni o lasciti di persone colpite dalla “peste nera” che imperversò in quel tempo nell’intera Europa; o forse semplicemente per sfuggire al contagio che era più probabile nelle città, i frati uscirono da Milano e vennero a fondare questo convento che dedicarono a S. Rocco.

Ora è un complesso di edifici finemente restaurato che ospita il decanato di Càstano, con alloggi per i clero, foresteria e convegni in tutto l’arco dell’anno.

Franco ci viene a prendere per condurci a Cuggiono per cena, visto che il lunedì sera i tre ristoranti di Castelletto sono contemporaneamente chiusi. E vabbe’, fare sistema non é italica virtù. A domani!

VFdL, Tappa 4, 18 ottobre 2020, da Castiglione Olona a Castellanza, 21.2 km, 6:41 hrs

Decidiamo di partire alle 8, un po’ perche’ nell’Ostello non c’è la possibilità di fare una vera e propria colazione, e un po’ perché Luciano ci tiene a vedere la partita del Cagliari (di cui è tifoso) contro il Torino alle 15. La speranza è stata di girare l’angolo e trovare un bel bar con ogni ben di dio. Speranza disillusa quasi immediatamente, visto che il sentiero si inoltra quasi subito lungo il fiume Olona, senza traccia di presenze umane dietro a qualsivoglia bancone di negozio.

Seguiamo il tracciato della antica ferrovia della Valmorea, costruita nel 1904 per collegare Castellanza con Mendrisio in Svizzera con un progetto internazionale sia per il trasporto merci che di passeggeri. Varie vicissitudini quali il blocco delle frontiere nel 1930, hanno parzializzato il tracciato terminandone la tratta alla stazione di Malnate. Nel 1977 venne totalmente dismessa, ma alcune tratte vennero limitatamente riattivate da Malnate fino a Mendrisio per operare saltuariamente rievocazioni turistiche dei viaggi di una volta con motrici a vapore. Recentemente la tratta Stabio – Mendrisio è stata rilevata dalle FFSS, con raddoppio dei binari per il collegamento con Varese e l’Aeroporto della Malpensa. La tratta invece che abbiamo percorso oggi è praticamente interrata e trasformata in una pista ciclopedonale ma senza rimuovere i binari che affiorano in vari punti.

Per tutta la tratta non ci sono punti di ristoro malgrado le frotte di joggers e di biciclettari domenicali che affollano il sentiero. Non avevo previsto la popolarità di questo tratto di strada, altrimenti avrei evitato fermamente di percorrerlo di domenica. Praticamente digiuni, tiriamo fuori le scorte di barrette energetiche, grana e cioccolato e andiamo avanti lungo la ciclabile passando sotto ponti maestosi ed incombenti. Tutti i centri abitati sono in alto sopra i ripidi argini del fiume.

Luciano mi racconta le sue esperienze come amministratore di un piccolo comune confinante col mio, di tutti i lacci e lacciuoli che bloccano qualunque iniziativa di intervento radicale nei confronti del vandalismo, delle discariche selvagge, dei ragazzi quindicenni ubriachi che insozzano di notte i parchi pubblici distruggendo le attrezzature, e delle loro famiglie che negano la responsabilità di educarli. Ma Luciano é tenace e non demorde.

Viene spontaneo il confronto con i piccoli borghi incontrati in centro Italia lungo altri Cammini. La dove si respira la voglia di risorgere puntando sul turismo anche povero, quello pellegrino, con progetti, iniziative e piccoli investimenti nell’accoglienza e nella ristorazione, qui troviamo paesi abituati alla ricchezza derivante dai grandi investimenti industriali e tecnologici, e quindi molto poveri di attrazioni turistiche, ora si trovano in difficoltà a trovare una nuova sorgente di reddito e quindi danno un’immagine di tristezza, e di rassegnazione. Per chilometri le rive dell’Olona sono costellate di resti post industriali di fabbriche in disuso e abbandonate, spesso diroccate e contribuendo decisamente a testimoniare un passato recente di lavoro e ricchezza ma irrimediabilmente perso. Certo uno spettacolo poco edificante.

Finalmente arriviamo a Castellanza, dove ritroviamo qualche trattoria aperta e decidiamo di farci due fili di pasta. Al ristorante Gardenia, la signora Maria Rosa ci convince ad assaggiare le sue pappardelle con i porcini, purtroppo solamente passabili. In compenso ci offre alcuni cioccolatini insieme ad un liquorino di erbe, e possiamo quindi affrontare la poca strada che rimane fino al semplice Albergo Roma a Legnano dove passeremo la notte e Luciano potersi finalmente vedere la partita. Colgo l’occasione della partita in TV per la quale non sento alcun trasporto, per andare da un lavasecco a gettoni nei dintorni, e ripulire tutto il guardaroba nello zaino.

Domani arriveremo sulle rive del Ticino a Castelletto di Cuggiono, e da lì andremmo dritti dritti lungo i navigli fino all’Abbazia di Morimondo e a Pavia.

VFdL, Tappa 3, 17 ottobre 2020, dal Santa Maria del Monte a Castiglione Olona, 24.6km, 6:16 hrs

Mattinata spettacolare! Anche dopo una notte passata al freddo in una camera non riscaldata con una temperatura esterna di 9 gradi ed una interna non molto superiore, la magnifica vista dalla terrazza dell’albergo ristora lo spirito e dissipa la fatica.

Mi sono svegliato alle 7 per non perdermi l’occasione di partecipare alla Santa Messa mattutina nel Santuario, e prendermi una sana benedizione per me e tutti i miei cari, che in un modo o nell’altro stanno compiendo i propri Cammini. “Sia fatta la Tua volonta’..” dice la preghiera e che questa frase possa risuonare nei cuori e nelle menti come un aiuto per imparare ad accettare il disegno divino, qualunque esso sia. La chiesa è addobbata in maniera sontuosa per celebrare un matrimonio a fine mattinata.

Dopo la colazione in albergo, una sciccheria con croissants freschissimi, ci incamminiamo per lo splendido Sentiero della Cappelle, una meravigliosa e scenografica Via Crucis, che si snoda lungo tutta la collina fino alla sottostante città di Varese. È da percorrere almeno una volta nella vita, per elevare lo spirito dalle miserie terrene.

A Varese facciamo una breve sosta giusto per farci apporre il timbro sulla credenziale, e proseguiamo in discesa tra boschi, campi, antichi lavatoi fino a Gornate Superiore all’Ostello del Pellegrino dove troviamo Mario che ci aspetta per mostrarci orgogliosamente l’accoglienza dell’Ostello. Nulla da invidiare a quelli più blasonati lungo il Cammino di Santiago, e per di più con tariffa a donativo. L’Ostello ha 14 posti letto ma stasera sara’ tutto a nostra disposizione.

Andiamo a cena all’Osteria Piccolo Stelvio dove possiamo gustare pizzoccheri e ganassino di maiale con un robusto vinello rosso e poi diritti a nanna, non che il paesino offra altri svaghi. Il freddo è pungente e anche l’Ostello ci sembra un confortevole rifugio. Domani andremo a Castellanza nel mezzo dell’hinterland industriale milanese ma che promette di offrirci altri insospettati scorci panoramici.

VFdL, Tappa 2b, 16 ottobre 2020, da casa a Santa Maria del Monte (Varese), 21.2km, 7.06h

Eccomi di nuovo in cammino sulla via Francisca dopo la lunga pausa dal 19 settembre fino ad oggi. Sono partito verso le 8 sotto un cielo grigio e con una temperatura proprio freddina per recarmi al rendez-vous con Luciano. Decido di tagliare per il bosco per evitare il traffico del mattino e per incontrare meno gente possibile. Già, la vera sfida di questo Cammino non sarà tanto la strada da percorrere fino a Pavia, di modesta lunghezza e quasi tutta in pianura, quanto il rispetto delle norme comportamentali per evitare contagi da virus, e contagiare gli altri a mia volta.

Il bosco è silenzioso e saturo di umidità e profumi di essenze sconosciute. Sento addosso l’euforia del viaggio che sto per intraprendere, anche se la meta di oggi non credo mi offrirà molte novità visto che ne ho già percorsi molti tratti durante le mie uscitine solitarie durante il periodo di lock-down.

Mi incontro con Luciano al posto prestabilito e ci incamminiamo di buon passo lungo la ciclabile del Lago di Varese per poi piegare decisamente verso il monte e raggiungere la chiesa della SS. Trinità di Gavirate. Da qui parte la salita per raggiungere il sentiero 10, che percorreremo per tutta la sua lunghezza fino a Velate. Lungo il sentiero vediamo la devastazione che le piogge torrenziali, i temporali e le burrasche di vento di fine settembre hanno lasciato sul versante meridionale del Campo dei Fiori. Vediamo anche resti di alberi carbonizzati residuo del colossale incendio del 2017 e trasportati a valle dalla furia della acque. Spettacolo che sgomenta e cupo testimonio di come sta cambiando inesorabilmente il paesaggio in seguito ai recenti cambiamenti climatici.

Ci sediamo su degli scalini nell’abitato di Velate per consumare un veloce pasto prima di inerpicarci per la stretta valle del torrente Bellone che ci condurrà alla nostra meta. Il disivello da superare è di circa 400 metri nel mezzo di un bosco di castagni calpestando castagne, ricci e foglie dorate. Per lunghi tratti, scalinate antiche in cemento ci spezzano le gambe ma ci consentono anche di procedere più speditamente.

Finalmente raggiungiamo l’abitato di Santa Maria del Monte e l’albergo sacro monte dove passeremo la notte. Il panorama è bellissimo anche grazie agli ultimi raggi di un sole morente che alla fine è riuscito ad avere la meglio sulle nubi.

La nostra camera è freddissima. I radiatori sono freddi e rimangono tali malgrado il frenico ruotare delle manopole di regolazione del termostato. Il proprietario si da da fare ma con scarsi risultati. Cerchiamo di rincuorarci con una cena nutriente e da un buon bicchiere di dolcetto praticamente abbracciati al radiatore della sala da pranzo, l’unico in grado di diffondere un tepore decente. Poi non ci rimane che infilarci sconsolati e vestiti nel letto sotto una montagna di coperte, confidando che domani sarà un giorno migliore.

VFdL, Tappa 2, da Ganna a S. Maria del Monte, 11.6 km, 4:40 hrs

Il ristorante “3 Risotti” di Ganna, che per un secolo, pur cambiando proprietari e nomi, ha abitato una bassa costruzione affacciata sulla strada statale 233 per Ponte Tresa. Luogo che ha avuto come ospiti al tavolo scrittori come Piero Chiara e Orio Vergani, giornalisti sportivi, uomini di mondo, semplici cultori del pesce in carpione o del risotto. Si è recentemente trasferito in una dimora i cui muri sono ancora più antichi, e che fino al 2005 fa hanno ospitato una casa di esercizi spirituali delle suore del Cottolengo. La villa, che ha una indubbia pregevolezza architettonica, per altro era già stata all’origine un grande albergo di lusso, il “Valganna”, e aveva ospitato un turismo d’elite proveniente da tutta Europa. Quel turismo che tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento aveva portato nel Varesotto, d’estate e in inverno, principi russi, famiglie nobili d’Inghilterra e Germania, e personalità appartenenti al jet-set. L’albergo Valganna chiuse i battenti dopo la seconda guerra mondiale, ma oggi grazie al ristorante che continua ad essere un ritrovo di riferimento per una clientela interessata alla buona cucina, offre anche un discreto alloggio per brevi soggiorni anche ai viandanti della Via Francisca, grazie alla sua posizione a pochi decine di metri dalla Badia di Ganna.

Unico neo (se si puo’ definire tale) e’ che le stanze fronte strada tendono ad essere rumorose per gran parte della notte, e spesso il contare i TIR o le moto di grossa cilindrata che passano sotto le finestre non concilia il sonno come forse contare pecore o altri immaginari abitanti di una vita bucolica.

Dopo colazione, ci incamminiamo di nuovo verso la Badia di Ganna che superiamo per immetterci in un piacevolissimo viottolo attrezzato che circonda la palude di Pralugano all’interno del Parco Regionale del Campo dei Fiori. Numerose passerelle di legno e ponticelli agevolano il passaggio al di sopra della palude che pero’ si mostra oggi praticamente in secca. L’aria frizzante del mattino di una giornata che si manifesta piu’ fresca di quelle passate, rende questo tratto molto piacevole ed inebriante, al punto da farci mancare un bivio importante per poi costringerci ad un lungo anello per ritornare sul sentiero principale e con un aggiunta netta di un paio di chilometri sul totale.

Molti sentieri intorno al Campo dei Fiori sono lastricati con pietre levigate dal tempo e dai viandanti che si sono avventurati nei secoli lungo queste vie. Sono pavimentazioni antiche e stanno a testimoniare tempi in cui la necessita’ di garantire una comunicazione tra località montane in qualunque condizione meteorologica era una priorità inalienabile. Insieme allo stupore per la precisione di esecuzione, il pensiero va alla memoria di questi artigiani, o meglio a questo esercito di artigiani, che hanno umilmente e faticosamente lavorato a mano per assicurare alle generazioni future la possibilità di muoversi, trasportare merci, recarsi alle funzioni religiose o persino di mettersi in salvo dal pericolo e gli incendi in questa zona sono un pericolo costante fino ai tempi d’oggi. L’insieme dei graniti e dei porfidi, con la loro gamma di grigi e rossi, si fondono in una specie di mosaico artistico, quasi a simboleggiare la coesione che può derivare dall’uso sapiente della diversità.

A Brinzio ci concediamo un caffè presso il bar del circolino, sede dell’ormai defunto Club della Tazza, con cui i soci dal 1874 seguendo un vero e proprio decalogo del bevitore, staccavano la tazza associata al proprio numero dalla bacheca e iniziavano a discutere sui problemi della comunità e su come affrontarli. Ora purtroppo questa usanza e’ in disuso ma rimangono le bacheche e la cassetta per raccogliere i pegni di quelli che non staccavano la tazza perché assenti.

Dato che ci siamo, dal forno del paese ci facciamo preparare anche un panino e della focaccia alle olive, per portarci dietro qualche scorta alimentare visto che da Brinzio, traversata la strada provinciale, ci aspetterà la ripida ed inesorabile salita di circa 500 m di quota fino al Valico Pizzelle, sulle pendici settentrionali del monte Campo dei Fiori.

Un po’ansimanti ma tutto sommato in buone condizioni, arriviamo infine a Santa Maria del Monte, cioe’ al villaggio in cima al Sacro Monte di Varese, dove terminiamo il nostro viaggio settembrino. Da qui riprenderemo il percorso fino a Pavia nella seconda meta’ di ottobre una volta che gli impegni di entrambi ci consentiranno di dedicare un’altra settimana alla esplorazione lenta di questa realtà lombarda, sotto casa praticamente, che finora non hai mai smesso di meravigliarci piacevolmente.

Andiamo a farci apporre l’ultima credenziale per questo anticipo di pellegrinaggio presso l’albergo dove pensiamo di alloggiare prima della prossima partenza, quasi come per collegare il punto di arrivo di questa parte con la partenza della prossima. Una rapida visita al Santuario e’ d’obbligo per ringraziare di averci conservato in buona salute e per pregare per chi in questo momento soffre.

Di li a poco, la moglie di Luciano viene a prenderci per riportarci a casa, dove ci attende all’indomani il dovere civico della votazione per un referendum ed altri incarichi istituzionali per Luciano.

Queste tre tappe di assaggio di Via Francisca, ci hanno fatto percorrere finora 43 km (sui 135 km totali fino a Pavia) di cui 43% su sterrato e con una salita cumulativa totale di 2300 m e 1700 m di discesa. Dal Sacro Monte a Pavia sara’ quasi esclusivamente una discesa continua lungo la valle dell’Olona ed i Navigli. Alla prossima!

VFdL, Tappa 1, 18 Settembre 2020, da Lavena a Ganna, 14.5 km, 4:50 hrs

Lasciamo Lavena ed il simpatico Donato del B&B La Coccinella che ci ha ospitato per la notte verso le 9, e ci incamminiamo a lunghi passi nella piacevole frescura verso la nostra destinazione prevista per oggi.

Imbocchiamo la via Ardena che condurrebbe all’omonimo ex forte militare parte delle fortificazioni della linea Cadorna, ma la lasciamo quasi subito per salire poche decine di metri fino al tracciato della ex-ferrovia.

La ferrovia Ghirla-Ponte Tresa era una linea a scartamento ridotto che fra il 1914 e il 1953 collegava la località di Ghirla, posta lungo la ferrovia della Valganna, con la cittadina di Ponte Tresa. Le caratteristiche ferroviarie del tracciato resero necessario lo scavo di ben sei gallerie, oggi percorribili in parte con un tracciato ciclopedonale di grande effetto. Sulla pietra di volta dell’imbocco delle gallerie si legge ancora oggi il logo della SVIE, società storica dei trasporti interurbani di Varese.

La ciclopedonale si inerpica con una leggera ma costante salita in mezzo a boschi che già odorano di funghi e si tingono già con il loro manto dorato di inizio autunno. Superata la rumorosa e trafficata provinciale, il tracciato ferroviario continua il suo corso attraverso il Parco dell’Argentera, posto magico con antichi mulini, piccoli corsi d’acqua, e laghetti molto romantici nella mattinata infrasettimanale, ma probabilmente infrequentabili nelle giornate festive.

La magia del bosco termina di lì a poco quando la strada raggiunge l’abitato di Gaggio e successivamente Marchirolo.

Una particolarità di Marchirolo sono gli affreschi (murales), opera di artisti locali, che decorano il centro storico del paese e raccontano la vita dell’emigrazione dei marchirolesi nel corso del 1800, durante l’occupazione del territorio da parte di francesi, austriaci e russi.

Abbiamo l’inaspettato piacere di un incontro casuale con Stefano, Assessore alla Cultura, che oltre a impreziosire la nostra credenziale con un bellissimo timbro, si offre di accompagnarci attraverso il paese per ammirare i famosi murales. Come sempre, bisogna ricordarsi di alzare lo sguardo per riuscire a vedere ed apprezzare cio’ che ci circonda. Terminiamo il giro alla chiesa di S. Martino e poi ci salutiamo molto grati dell’opportunità di un cicerone d’eccezione.

Dopo Marchirolo, la strada prosegue in leggera discesa passando per Ghirla con il suo famoso maglio ottocentesco alimentato da una ruota di mulino e termina a Ganna alla Badia di San Gemolo che sorge in una posizione strategica lungo la via Regina del Ceneri. Questa posizione consentì all’abbazia, per tutto il Medioevo, di essere un importante snodo viario, un rifugio sicuro per i pellegrini, un’efficiente sede di governo e punto di comunicazione con la vicina regione del Ticino.

La Badia è famosa come luogo di culto dedicato alla memoria del martire San Gemolo, i cui resti sono ancora esposti nell’altare della chiesa. La storia vuole che dopo il martirio, il vescovo fece seppellire i resti del nipote Gemolo su di un colle, dove qualche anno più tardi fece costruire una cappella.

La chiesa risale al 1100-1125, ma venne consacrata solo nel 1160. Nel tempo ha subito alcune modifiche: l’aggiunta delle cappelle laterali a fine del ‘500, il chiostro costruito nel ‘300 e la foresteria con chiostro gotico del ‘400

Anche se è ancora relativamente presto, decidiamo di raggiungere il nostro rifugio per la notte, il rinomato Albergo e Ristorante “I tre risotti” dove ci concediamo un prelibato risotto al Barolo e fonduta e così terminiamo in bellezza una giornata intensa e piacevole.