Giorno 12, 25 giugno 2020, Tappa 11, da Subiaco a Trevi nel Lazio, 20.5 km, 5h 50min

“Anni fa, uno studente chiese all’antropologa Margaret Mead quale riteneva che fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Lo studente si aspettava che Mead parlasse di ami, pentole di terracotta o macine di pietra.
Ma non fu così.
Mead disse che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Spiegò che nel regno animale, se ti rompi una gamba, muori. Non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume a bere qualcosa o cercare cibo. Sei carne per bestie predatrici che si aggirano intorno a te. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l’osso guarisca.
Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi.
Mead disse che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto preciso in cui la civiltà inizia.
Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri. Essere civili è questo”.

Ho voluto inserire questo testo come spunto di riflessione sull’importanza della accoglienza e dell’ospitalità, come gli esponenti di cultura e civiltà che sono stati finora i capisaldi di questo Cammino. Mi auguro anche di essere stato di aiuto ad Oscar nei suoi momenti di difficoltà, così come lui lo ė stato per me.

Ci siamo messi in cammino non appena finito la colazione servita dal bravo Angelo e dopo che i monaci hanno aperto l’erboristeria del monastero per consentirci di apporre il timbro sulla nostra credenziale.

Il percorso è definito facile e, leggeri senza gli zaini, percorriamo i primi 10km abbastanza velocemente lungo una buona sterrata che in molti punti si apre sull’Aniene offrendoci notevoli e suggestivi scorci delle acque del torrente.

Un incontro quanto mai piacevole ci coglie di sorpresa. A Mola Secca ci viene incontro una volpina tenera tenera, subito battezzata Foxie, evidentemente abituata ai pellegrini di passaggio, che aspetta paziente con la solita aria di creatura affamata che il viandante di turno divida il pranzo con lei.

Alla fine, o meglio all’inizio della passeggiata lungo l’Aniene, si possono visitare le cascate, in un sito paesaggisticamente molto suggestivo, ma lasciato al degrado e all’abbandono. Per arrivarci bisogna scavalcare delle transenne che ostacolano l’accesso al ponticello ormai ridotto ad una passerella di pochi centimetri, ma senza alcun segnale di divieto d’accesso, anzi sulla strada c’è una dovizia di segnaletica che promuove il sito (che comunque in realtà é bellissimo!)

Subito dopo la cascata quando in teoria mancherebbero solo 6 km a Trevi, iniziano i dolori. A parte un paio di km da fare sulla carrozzabile, il resto del sentiero appare incolto e sommerso dai rovi, attraversando campi e con notevoli dislivelli da superare. Il caldo è asfissiante e finalmente arriviamo a Trevi, tipico paesotto sparso sul cocuzzolo dove per andare da A a B Devi sempre e comunque fare almeno 100 m di salita. Sono stanchissimo e appena arrivato all’alloggio per la notte mi appisolo, mentre Oscar riesce a trovare le forze per visitare il centro storico in compagnia di Luisa, la nostra giovane hospitalera che è anche professoressa di latino e greco al liceo classico di Anagni.

Luisa è un Amica del Cammino, parte di quel gruppo di persone entusiaste e pronte a mettersi in gioco per ribaltare le sorti dei tanti borghi che abbiamo visitato lungo il Cammino, affinchè le comunità che ancora popolano questi borghi possano capire che il pellegrino o il viandante possono rappresentare una vocazione turistica di tutto rispetto al di fuori delle folle domenicali o di altre forme di turismo di massa che difficilmente sono attratte dalle poche infrastrutture di questi borghi. Luisa ci contagia con il suo entusiasmo: ci raggiunge per un caffê al ristorante il Girasole e ci parla delle difficoltà da sormontare ma senza lamentarsi. Le auguriamo buona vita, e ci promettiamo di tenerci in contatto per magari riuscire a sostenere qualche altra iniziativa intorno al Cammino.

Giorno 11, 24 giugno 2020, Subiaco, 11.6 km

In un posto così intenso di spiritualità dove anche i sassi sono intrisi di misticismo e ti inducono alla contemplazione e alla pace nel cuore non posso non ricercare la mia, e di buon mattino risaliamo la strada fino al Monastero Benedettino del Sacro Speco, chiedendo perdono per le mie reazioni di intolleranza provate ieri. La costruzione addossata alla parete di roccia ci appare imponente una volta varcato il cancello. Questo monastero con annessa chiesa a molti livelli incorpora la grotta dove Benedetto ha vissuto per tre anni accudito solo da qualche compagno e predicando ai contadini che giungevano dai villaggi vicini.

Siamo i primi a metterci in fila per fare una visita guidata, ma scopriamo che l’unica visita di oggi era già in corso ed organizzata per i pellegrini illustri già incontrati ad Orvinio. La nostra condizione di pellegrini ordinari non giustifica il tempo del frate al quale chiediamo informazioni e ci liquida rimandandoci alle descrizioni dettagliate apposte nei vari ambienti della complessa struttura. Lo spettacolo delle decorazioni lascia senza fiato e ricorda molto gli affreschi di Giotto nella Cattedrale si S. Francesco ad Assisi.

Se cerchi la luce, Benedetto, perchè cerchi la grotta buia? La grotta non offre la luce che cerchi! Continua a cercare nelle tenebre la luce fulgente, perchè solo in una notte fonda brillano le stelle.

Dopo una breve visita all’Oratorio di S. Romano e S. Biagio un centinaio di metri sopra il Sacro Speco, facciamo ritorno al Monastero di Santa Scolastica, sorella gemella di Benedetto e fondatrice dell’Ordine delle Benedettine. Anche qui non è possibile visitare le aree comuni alle comunità monastiche, inclusa anche la chiesa propriamente detta, e la visita si limita solo a due chiostri molto suggestivi per il contrasto tra i fiori e i muri antichi.

Un curioso dettaglio di un affresco ritrae Benedetto che batte con un bastone un giovane monaco svogliato magari alla preghiera o al lavoro , i dettami fondamentali della regola benedettina: “Ora et Labora”. Mentre lo batte però, gli tiene amorevolmente la testa come fa il buon padre che mentre sgrida il proprio figliolo, non smette mai di amarlo.

Decidiamo di recarci a visitare Subiaco centro nel pomeriggio più che altro per andare in farmacia a fare rifornimento dei nostri farmaci preferiti e anche per cercare un paio di pantaloni di ricambio per me. Trovo un paio di bermuda mimetici che mi sembrano adatti alla necessità: in realtà sono gli unici che ho trovato, e quindi vanno bene per forza.

In attesa di andare a cena con le nostre amiche di cammino Stefania ed Angela, che nel frattempo sono giunte a Subiaco anch’esse, ci facciamo un aperitivo e scattiamo qualche foto lungo l’Aniene che in città è circondato da un parco pubblico molto carino con delle rapide attrezzate come palestra per i canoisti.

Andiamo finalmente a cena da Johnny chef del Ristorante La Panarda cum macelleria annessa, dove ci prepara una picanha deliziosa. Cos’è una picanha? È un taglio brasiliano di manzo detto anche “codone di manzo” o “punta di sottofesa” di forma triangolare e gustosissimo. Credo che si chiami anche “cappello del prete”.

Ci viene a prendere Roberta, giovane tassista improvvisata, per non farci fare il ritorno alla foresteria a piedi con il buio, i cinghiali e i lupi. Domani di buon ora ci incammineremo alla volta di Trevi nel Lazio ma seguendo il caldo consiglio di Oscar ci faremo spedire gli zaini a destinazione. Buona notte.

Giorno 10, 23 giugno 2020, tappe 9&10, da Orvinio a Marano Equo (in auto e corriera), da Marano Equo a Subiaco (a piedi), 13.4km, 3h 24min.

Il BB di Maurizio, Il Sorriso dei Monti, è semplicemente fantastico. Un appartamentino tutto per noi, arredato con gusto e attenzione ai dettagli ci accoglie e ci dona immediatamente il benessere dopo una giornata piacevole ma impegnativa. Lo stesso Maurizio si occupa delle nostre necessità L, ritirando i nostri indumenti per lavarli a casa sua e restituirceli stamattina quando facciamo colazione. In un locale nei pressi, abbiamo condiviso la cena con tre pellegrini illustri che percorrono anche loro qualche tappa del Cammino: il senatore Gaetano Quagliariello, ed il giornalista Antonio Polito, ed il monsignor Andreatta, dell’ Opera Romana Pellegrinaggi incaricato per la promozione dei cammini religiosi. Ci fanno compagnia anche Stefania ed Angela che lasceremo oggi, dato che il nostro nuovo programma ha tagliato una tappa per consentirci di stare un giorno in più a Subiaco.

Oggi infatti dopo colazione, Massimo ci darà un passaggio a Vicovaro per visitare le opere idrauliche fatte dai Romani per incanalare le acque dell’ Aniene, opportunamente depurate, negli acquedotti Claudio, lungo 69 chilometri e dell’ Acqua Marcia di 90 chilometri fino a Roma. Poi con la corriera raggiungeremo Marano Equo per poi percorrere a piedi il parco fluviale dell’Aniene fino a Subiaco.

Salutiamo la bella famiglia di Maurizio con la bella e sorridente compagna Simonetta che ci ha preparato una vera e sontuosa colazione, e ci dirigiamo verso San Cosimato a Mandela.

All’Oasi Francescana di San Cosimato incontriamo Federico, la nostra guida appositamente prenotata da Maurizio per condurci negli anfratti della riva calcarea dell’Aniene, nelle cui caverne vivevano alcuni eremiti al tempo di San Benedetto. Precedentemente, sin dal 250 AC i Romani avevano scavato ben quattro cunicoli per trasportare le acque sorgive da Marano Equo fino a Roma. Oggi si possono percorrere in sicurezza quasi un centinaio di metri dell’acquedotto Claudio, per ammirare stupiti il lavoro di stuccatura e lisciatura della superficie a contatto con l’acqua per ridurre le perdite di carico.

Alla fine della visita, molto gentilmente Federico ci accompagna alla stazione di Mandela Scalo per prendere la corriera per Marano Equo. Da lì procediamo a piedi sulla riva dell’Aniene verso Subiaco.

Non posso nascondere la mia prima delusione della giornata, in quanto la aspettativa idilliaca della passeggiata romantica sulle rive dell’Aniene, si tramuta rapidamente in una realtà fatta di sentieri fangosi, vegetazione incolta e selvaggia, e spazzatura dovunque. Procediamo di malavoglia e accaldatissimi sotto il sole delle 13, e ci consoliamo in un ristorante con un necessario piatto di bucatini all’amatriciana. Saranno stati i bucatini in quantità da camionista, sara’ stata la birra, sarà stato il caldo ma ci sentiamo le gambe a pezzi. Arranchiamo per qualche chilometro ancora, poi la rassicurante insegna della fermata, ci induce a smettere il cammino per salire sulla corriera in arrivo quasi alle porte di Subiaco. La corsa dura qualche minuto ma poi si ferma al deposito e ci tocca proseguire a piedi fino al complesso dei monasteri di Santa Scolastica, ovviamente alla cima di una salita molto ripida.

Seconda delusione della giornata è la impossibilità di ascoltare una Messa in quanto il Monastero chiude alle 18:30 e gli esterni non possono accedere alle funzioni neanche la mattina perchè altrimenti devono sanificare gli ambienti. Senz’altro mi sbaglierò, ma mi sento rifiutato come pellegrino nel posto più significativo di tutto il viaggio. Questa serie di inconvenienti mi mette purtroppo di cattivo umore, e la stanchezza nelle ossa si fa sentire. Mi infilo a letto, con la preghiera che domani Benedetto mi conceda un altro giorno di serenità.

Giorno 9, 22 giugno 2020, Tappa 8 da Castel di Tora ad Orvinio, 17,1 km, 5h 35 min

Bella serata ieri sera alla semplice trattoria Dea. La signora Viola è una di quelle persone veraci alle quali non si può resistere e ci ha accolti in una specie di tavolo comune (ma distanziato) insieme al marito Angelo in cucina, la figlia Angela, e il fratello Bruno che ha compiuto gli anni ieri e ha condiviso le pastarelle con tutto il gruppo. Come ospiti, oltre a noi, c’erano sempre le signore di Reggio Emilia, Stefania e Angela, e tutti insieme abbiamo festeggiato e ci siamo fatti tante risate alle battute di Angelo e Viola.

Ci svegliamo molto presto un po’ ansiosi per la tappa che ci attende, dichiarata come impegnativa per il dislivello da superare. Salutiamo la nostra Viola e scattiamo qualche altra immagine del borgo che è in lista per essere citato il borgo più bello d’Italia.

Il sentiero sale ripido da subito ma non ci facciamo prendere dalla fretta. Sono contento di avere sospeso l’assunzione delle pillole per controllare la diuresi notturna che nei giorni passati mi avevano causato delle palpitazioni al cuore durante le salite, senza peraltro limitare in modo significativo la necessità di alzarmi di notte per andare in bagno. Oggi mi sento fisicamente molto bene. Per tutta la salita ci sono bellissimi scorci sul lago e facciamo a gara per fare le fotografie piu’ belle. In un paio d’ore arriviamo al valico a 1170m insieme a Stefania ed Angela e ci dirigiamo verso Pozzaglia Sabina dove contiamo di fermarci per un panino e una birra. Lungo la discesa sui crinali erbosi scorgiamo mandrie di cavalli e bianchi bovini che mettiamo in fuga con grande soddisfazione.

A Pozzaglia ci facciamo uno spuntino e incontriamo Maurizio il nostro ospite nella BB ad Orvinio, meta della nostra tappa. Molto alla mano, ci da alcune dritte sul resto della strada e ci consiglia di passare a dare un’occhiata alla chiesa diroccata di S. Maria del Piano, ex monastero benedettino, si dice risalente fino all’epoca di Carlo Magno tra il VIII ed il IX secolo. Notevole il bel campanile realizzato con la architettura tipica dei benedettini, ancora miracolosamente in piedi.

Dopo poco arriviamo ad Orvinio, un altro borgo in lizza per essere citato il più bello d’Italia. Ci sistemiamo nel nostro alloggio, molto carino e spazioso al BB Sorriso dei Monti. Alle 19, Massimo ci aspetta per condurci a visitare il borgo insieme a tutti i pellegrini arrivati oggi e che ha sistemato in vari appartamenti in giro. Poi ci aspetta una cena collettiva con scambi di esperienze e progetti di nuovi cammini.  Purtroppo dimentico di spegnere il mio fedele Viewranger e devo sottrarre quindi le soste dal tempo complessivo impiegato e registrato.

Giorno 8, 21 giugno 2020, Tappa 7 da Rocca Sinibalda a Castel di Tora, 14.3 km, 4h 5 min

Dopo fruttuose insistenze con la direzione della Rocca, Oscar riesce a farci inserire in un gruppo di visita per le 9:15 di stamattina. Gli altri gruppi sono in programma dalle 11 in poi, e la domenica di pieno sole, irresistibile per le famiglie del dopo-Covid, fa presagire grandi affollamenti per quell’ora. Invece usciamo ad entrare con sole altre due coppie, con la guida di Loredana, della Soprintendenza della Regione Lazio. Altra circostanza favorevole è la presenza alla Locanda di due signore di Reggio Emilia che si sono organizzate per farsi trasportare gli zaini in auto fino a Castel di Tora, e saputo che staremo alla stessa locanda, ci offrono di farci trasportare anche i nostri. Messa a tacere quasi subito la reazione da macho: “Real men carry their own stuff”, accettiamo di buon grado e andiamo a visitare il castello leggeri come piume. Salutiamo il simpatico Vittorio, il padrone della Locanda, personaggio affabile e molto ospitale, e aspettiamo all’ entrata del castello che si apra il portone.

Verso le 11 ci mettiamo in cammino verso il lago del Turano, con l’idea di fermarci a Posticciola per uno spuntino.

A Posticciola ci imbattiamo in Marco, dell’Osteria Elena, e abbandoniamo subito l’idea dello spuntino per un piatto di pappardelle con la “sarciccia e li funghi” e di una ciotola di fagioli con le cotiche.

Un po’ appesantiti, anche per il mezzo litro di rosso verace, proseguiamo sul fondo valle del Turano il cui flusso è controllato dalla diga del lago costruita negli anni ’30 e ancora fondamentale per la regolazione del sistema di approvvigionamento idrico delle vallate fino a Roma. Passiamo un notevole ponte romanico del XI secolo e risaliamo l’invaso della diga fino alla strada provinciale sovrastante.

Cerchiamo informazioni su come potere utilizzare un passaggio in barca sul lago, ma è troppo tardi e ci tocca percorre il periplo del lago. Il che non sarebbe stato poi così male se non fosse stato per il clima torrido che mi taglia le gambe.

Finalmente siamo a Castel di Tora, e come quasi sempre gli arrivi sono in salita fino al BB Dea di Viola. La ressa dei gitanti domenicali è tale da venire ignorati finché decido di aprire il frigo e servirmi in self-service della B, la priorità numero 1. Oscar vorrebbe andare a fare il bagno nel lago ma siamo entrambi molto stanchi. Recuperiamo gli zaini e poi mi concedo la priorità numero 2, la D, e mi infilo a letto per una pennica. Cena alle 8.

Giorno 7, 20 giugno 2020, Tappa 6, da Rieti a Rocca Sinibalda, 20.7 km, 6h 22 min

Ci sono tre elementi di ospitalità che mi necessitano una volta arrivato a destinazione, e la capacità dell’ospite di poterli soddisfare in sequenza mi aiuta a valutare in modo oggettivo il valore del servizio prestato. C’è anche un fattore temporale, cioe’ il tempo che trascorre dal momento dell’arrivo al momento in cui tutti e tre le priorità vengono ampiamente soddisfatte. Il punteggio massimo, i fatidici 100 punti, vengono assegnati ai rarissimi posti in cui il servizio soddisfa tutte le priorità in abbondanza e simultaneamente. Alla prima di queste priorità, che di norma è quasi sempre disponibile assegno 20 punti, alla seconda 35 punti, alla terza (stranamente molto rara) 45 punti.

Così, per esempio, il B&B di Norcia vale 40 punti, quello di Cascia 80 punti, quello di Leonessa 55 punti. Quello della signora Rita a Rieti, varrebbe 110 punti se fossero assegnabili.

Ma quali sono questi servizi essenziali? Sono i servizi di BDL, cioè:

  • B = Birra, o bevanda fresca di benvenuto
  • D = Doccia, con doccione funzionante e acqua calda abbondante
  • L = Lavaggio e asciugatura degli indumenti

Per qualche ragione a me sconosciuta fornire il servizio di lavaggio degli indumenti é veramente una rarità. Apparentemente le lavatrici in molti degli ostelli sono inspiegabilmente “rotte”, non ci sono locali adibiti al lavaggio e non parliamo dell’asciugatura. Ci si deve accontentare di lavare in qualche modo le proprie cose nel bidet (se c’è), e poi tirare un cordino nel bagno sperando che si asciughino di notte. Già avere a disposizione uno stendino sarebbe una ricchezza inestimabile! Inspiegabilmente anche i lavasecco a gettoni, se ci sono, sono ubicati dall’altra parte del paese, o aprono ad orari impossibili. Eppure sarebbe un fattore differenziante tra i vari B&B che potrebbero offrirlo anche a pagamento per cifre di modesta entita’.

Poi ci sono invece gli angeli, che ti accudiscono con generosità e slancio, che ti offrono di farti il bucato con la loro lavatrice di casa, che magari hanno anche l’asciugatrice e non ti chiedono nulla in cambio. Rita è uno di questi angeli, e anche Myriam del Palazzo Sassatelli a Cascia ci ha fatto il bucato e lo ha pure steso ad asciugare rientrando a casa di corsa, nel timore che si bagnasse sotto l’acquazzone del pomeriggio.

Rita è la nostra ospite tuttofare della Terrazza Fiorita a Rieti. Fa tre torte quando arriviamo, ci offre bevande fresche e yoghurt. Rita ci racconta la sua vita mentre serve il caffê. Rita ci fa il bucato tirandoci via letteralmente gli indumenti di dosso. Rita ride e scherza e mette il suo cuore nelle cose che fa. Grazie Rita!

Oggi e’ la prima giornata di sole pieno da quando abbiamo iniziato il Cammino. L’aria è comunque bella frizzantina e salutata Rita ci mettiamo in cammino scendendo la via Roma, passando il ponte sul Velino e poi imbocchiamo la strada del Turano. Compriamo anche un bel panino croccante da accompagnare a pranzo i salsicciotti di cinghiale che Oscar si porta dietro da Norcia. Tappa abbastanza noiosa per il tratto da percorrere sulla provinciale, ma mi sono così assorto nel enumerare le parti del corpo che ancora non mi fanno male, che non mi accorgo di un bivio e procedo sulla provinciale invece di imboccare il sentiero campestre dove almeno saremmo al sicuro dalle macchine che ci passano veloci quasi sfiorandoci. Ci tocca proseguire per altri 5 km sulla provinciale quando finalmente riusciamo ad imboccare un altro sentiero che supera il Turano su di un ponticello e poi si ricollega al sentiero che avremmo dovuto percorrere originariamente.

La salita fino a Belmonte in Sabina é molto impegnativa e ci ritarda un po’ la media. Temiamo il sole di mezzogiorno che comincia a farsi sentire malgrado l’aria si mantenga fresca.

Passiamo la sera alla Locanda del Convento da Vittorio a Rocca Sinibalda, finalmente con altri pellegrini intorno al tavolo e ci scambiamo esperienze e suggerimenti sul percorso per le tappe successive. Oscar preferisce evitare tappe eccessivamente lunghe ed io vorrei avere più tempo per visitare alcuni siti archeologici lungo il cammino, oltre a massimizzare la nostra permanenza a Subiaco, tappa fondamentale di questo viaggio sulle orme di Benedetto. Decidiamo di tagliare una tappa a vantaggio di un giorno in più a Subiaco. Maurizio, il nostro ospite di Orvinio si offre di portarci in macchina a Vicovaro la mattina di martedì così da accorciare il viaggio e riuscire a pernottare a Subiaco anziché a Vicovaro stesso. Per cui domani è confermata la tappa a Castel di Tora e lunedì sera ad Orvinio. Poi passeremo due sere a Subiaco, giovedì a Trevi nel Lazio, e venerdì scendiamo a Fiuggi per incontrare Pio, fraterno amico di Oscar, con il quale visiteremo Anagni e Alatri prima di ricongiungerci al percorso originale del Cammino a Collepardo.

Giorno 6, 19 giugno 2020, Tappa 5, da Poggio Bustone a Rieti, 17.2 km, 5h 15min

Ci muoviamo di buon ora dopo una nottata discreta ma dopo anche una colazione meno che discreta, a base di caffè in capsule e cornetto industriale plastificato e a self-service grazie a procedure anti-Covid applicate alla lettera e a tutto vantaggio dell’albergatore.

Il sentiero è dolce e piacevole a mezza costa, circa a 600m di quota, e parte comune di vari cammini religiosi che abbondano nella Valle Santa altrimenti detta Piana Reatina. Per San Francesco, il sentiero che percorriamo, collega il Monastero di San Giacomo a Poggio Bustone (ora temporaneamente chiuso) a quello cosiddetto della Foresta (anch’esso chiuso). Per San Benedetto, invece il sentiero prosegue per Rieti e passa oltre verso Sud a Rocca Sinibalda e Castel di Tora. Indipendente da quale Santo si decide di seguire, non troviamo altri se esseri viventi sulla strada, se ci escludono vari cani semi-amichevoli e parecchi gatti infingardi che ti vedono attraverso come fossi trasparente.

Il panorama è veramente piacevole e mi chiedo come sia stato possibile avere abitato a Rieti per cinque anni senza avere avuto l’interesse, la voglia o la possibilità, chissà, di conoscere queste colline e queste stradine tra prati, boschi di querce, e villette tra i cipressi. Traversiamo il pittoresco borgo di Cantalice, e, attratti dal suono malinconico di un sassofono solitario, ci inerpichiamo per vicoli e scalette fino alla casa del maestro Marzio che ci saluta dalla finestra e che, tra un assolo di sax e un altro, ci racconta della sua vita spericolata.

L’evento clou della mia giornata è senz’altro l’incontro con i miei ex-colleghi di Texas Instruments. Non ho voluto pubblicizzare la mia venuta a Rieti per non imbarazzare chi eventualmente non fosse stato a suo agio ad incontrare un forestiero, e soprattutto perché proveniente dalla Lombardia. Quelli che mi seguono su queste pagine erano già a conoscenza del mio arrivo, e ho lasciato loro l’iniziativa sul come e dove vedersi.

Con immenso piacere scorgo in lontananza Licinio che ci viene incontro al nostro arrivo a Rieti, in bicicletta con il trasportino per il suo cane.

Gentilmente ci accompagna fino ad un ristorante dove ci rifocilliamo prima di presentarci al B&B Terrazza Fiorita dove la signora Rita ci sorprende con ben tre torte, yoghurt e frutta.

Oscar viene invitato da Rita, che è anche un tour operator specializzato, a visitare le meraviglie della Rieti sotterranea e di cui spero ne farà oggetto di una descrizione separata.

Con Concetta invece vado a trovare Eleonora nella sua casa al centro storico affacciata sulla valle del Velino e poi vado in piazza all’appuntamento con gli altri colleghi, Patrizio e Romano, oltre che a Licinio, e insieme rievochiamo i tempi andati ma anche ci confrontiamo con le nostre esperienze di oggi e ci troviamo tutti molto impegnati in bei progetti entusiasmanti. Contiamo i nostri figli sparsi per il mondo, e soprattutto contiamo i nostri nipotini: quattro pensionati al bar orgogliosi del loro passato comune e felici per le soddisfazioni che la vita offre loro oggi.

Giorno 5, 18 giugno 2020, Tappa 4, da Leonessa a Poggio Bustone, 16.9 km, 6h 40 min

Ripenso alla tristezza della cena di ieri sera e alla desolazione del grande albergo deserto con i vasti locali in attesa di potersi riempire di nuovo di voci e umanità in vacanza. I pavimenti sono di marmo freddo e risuonano sotto i tacchi dello scarso personale di sala che devono percorrerli in lungo ed in largo per andare dalla cucina al nostro tavolo. L’insieme è lugubre e senza speranza.

Una bella differenza rispetto ai gestori di B&B incontrati sinora impegnati a non lasciarsi sopraffare dalle difficoltà e a cercare di fare un passo in più per attrarre i pochi clienti. Il personale dell’albergo si lamenta solo delle inefficaci misure governative e dei ritardi nell’erogare i sussidi. Mentalmente mi faccio un appunto di scegliere d’ora in poi solo strutture dove siamo accuditi dal proprietario e possibilmente di andare a cenare in altri esercizi per potere dare il nostro piccolo contributo economico a più imprese.

Sappiamo che oggi ci aspetta una giornata impegnativa, con un notevole dislivello da superare. Ma siamo di buon umore, anche mentre consumiamo la tristissima colazione a base di anonimi alimenti imbustati singolarmente e servita a noi due soli in una sala deserta sempre dall’allampanato cameriere che con fare ammiccante, ci propone: “Ho recuperato anche un paio di fette di ciambellone, se gradite!”. Veramente una figata.

Ci fermiamo a comprare un paio di panini per il pranzo al sacco e usciamo dal paese per l’avventura di oggi. Il clima è freddino ma il sole spunta dalle nubi di vapore e mette allegria.

Decidiamo di sostare per uno spuntino una volta arrivati in quota. Il panorama della valletta é molto sereno, e decidiamo di fare fuori il pecorino ultra stagionato, di cui Oscar è molto ghiotto e che si sta cammellando sin da Norcia. Ci immaginiamo di essere pastori mentre sbocconcelliamo pane e pecorino ascoltando le storie che le maestose querce ed i frassini solitari ci vogliono raccontare agitando le loro chiome imponenti. Questi sono momenti di felicità assoluta: in lontananza scorgiamo anche un paio di lepri che corrono nel prato ed una mandria di cavalli bradi con i loro puledrini pigramente stesi nell’erba.

Il pezzo di strada che va da Roccaporena a Monteleone, percorso durante la seconda tappa, viene denominato Via del Silenzio. Le origini del nome risalgono ai tempi di Benedetto quando i pellegrini si cimentavano con l’ardua salita, facendo il voto del silenzio come fioretto per l’espiazione dei propri peccati. Benedetto, grande conoscitore dell’animo umano, in realtà aveva imposto quel nome, per evitare che i pellegrini imprecassero a voce alta nei momenti di maggiore sforzo. La salita di oggi a confronto non é stata dura come quella della Via del Silenzio, e quindi non ci sono state occasioni particolari di sfoderare il nostro vocabolario di imprecazioni. Ma al contrario la discesa è stata un tormento unico. Quasi tutto il sentiero era intriso di acqua trattenuta dalle foglie cadute dei faggi, oltre alle deiezioni di mandrie intere di bovini che transitano abitualmente su quel sentiero. Le scarpe sprofondano e vengono trattenute dalla fanghiglia odorosa, che si forma ininterrotta a pozze per chilometri, costringendoci ad effettuare lunghe deviazioni in cerca di terreno più solido.

Le nostre imprecazioni, stavolta, echeggiano continuamente nel bosco. Spesso si basano su varianti espressive relative a sostanze simili al fango marrone che ci attanaglia i piedi, inframmezzate da invocazioni generiche rivolte a nessuno in particolare ma con l’esortazione a recarsi in qualche posto forse lontano, ma senza dubbio molto affollato. La discesa al passo dura più di due ore e mezza, logorandomi definitamente le ginocchia ed i muscoli dei glutei.

Siamo ora arrivati alla Locanda Francescana di Poggio Bustone, dopo una discreta cena servita dal gestore della locanda. Io sono letteralmente a pezzi, ma devo lavare gli indumenti infangati per dare loro almeno un minimo di decenza. Domani arriveremo a Rieti, città in cui ho  lavorato dal 1983 al 1994, e che ho piacere a rivedere ed insieme ad essa, anche i tanti ex-colleghi ed amici di un tempo.

Giorno 4, 17 giugno 2020, Tappa 3, da Monteleone (Colle del Capitano) a Leonessa, 17.8km, 5h 05 min

Ho introdotto Oscar al magico mondo di WordPress come piattaforma comune per scrivere i nostri aneddoti, commenti o cronistorie del viaggio. Ho condiviso con lui il mio vecchio blog (lifepilgrim.me) di cui ora siamo entrambi co-autori. Anche senza esserci messi d’accordo prima, io mi concentro sulla documentazione del viaggio che stiamo percorrendo insieme, Oscar invece si diverte a trovare qualche spunto per raccontare aneddoti, abilità di cui è senza dubbio un maestro. Nel nostro girovagare parliamo di tutto, o meglio Oscar parla di tutto, ed io spesso mi limito ad ascoltare.

Fa piacere anche a me condividere con Oscar qualche mio episodio di vita vissuta, molti ricordi da professionista, molti altri invece associati agli amici, ai viaggi, alle esperienze di vita all’estero.

Qualche volta mi ascolta assorto, per poi iniziare un altro discorso dicendo: “Ecco, questa storia che mi hai raccontato, mi fa venire in mente quando….”. E immancabilmente qualcosa di questi suoi ricordi troverà la sera spazio tra queste righe.

La gestione del quotidiano di questi due semi-attempati ingegneri on the road, è un’esperienza a volte irritante ma sempre molto arricchente. Io non sopporto che il mio senso dell’orientamento, adiuvato dalle mie app di geoposizionamento e navigazione sul territorio, venga messo in discussione con frasi del tipo: “Ma sei sicuro? Non vedo i segnali….”. Oscar, da parte sua, combatte una lotta accanita con la gestione di WordPress e Facebook dallo smartphone, e non si capacita come sia che questi programmatori usino icone sempre diverse da pochi pixel per azionare i vari comandi anziché adottare il linguaggio esteso, a lui più congeniale. Litiga anche con i televisori di agriturismi dispersi nel nulla, che non memorizzano i canali come quello che ha a casa lui. Non si capacita del  perché la navigazione di programmi e applicazioni complesse dallo smartphone non sia esattamente come fa da casa con un monitor da 32″, una tastiera estesa con keyboard numerico e un mouse. Finiamo per battibeccarci come  Walter Matthau e Jack Lemmon in “Grumpy Old Men“.

Comunque anche oggi la tappa è stata completata senza eccessivi sforzi in poco più di 5 ore. Un paesaggio dolce nel fondovalle transitando senza particolari eccitazioni dall’Umbria al Lazio.

Siamo ora a Leonessa, ospiti di un albergo con 84 stanze di cui solo la nostra è occupata. Dovunque regna una gran desolazione, sottolineata anche dal tentennamento del testone del maitre che ci sorveglia come un falco mentre consumiamo un pasto degno di una pensione Miramonti qualsiasi. “Qui con questo disastro del Covid, non viene più nessuno, i turisti non si fidano e vanno altrove…”. “Ma cosa offre di interessante Leonessa ai turisti?”, chiedo innocentemente. “Ah, niente, qui non c’è niente da fare…” L’uomo non coglie l’ironia della contraddizione nella sua risposta e finalmente si allontana, scuotendo ancora il testone.

Giorno 3, 16 giugno 2020, Tappa 2, da Cascia a Monteleone, 16.7km, 5h 18min

Margherita Lotti nacque in questi luoghi nel 1381 e si sposò con un ufficiale violento che fu ucciso in un’imboscata. Margherita pregò affinché i suoi due figli non si macchiassero di atti di sangue nel vendicare l’uccisione del padre. Si dice che il Signore la esaudì al punto che i figli si ammalarono e morirono. Margherita si ritirò nel convento degli Agostiniani, e si dedicò ad assistere con abnegazione i malati. Tutti i giorni si recava in cima allo “scoglio” di Roccaporena e pregare. È venerata come Santa Rita, la protettrice dei casi disperati e a Lei si rivolgono molte madri per avere figli o proteggerli durante la gestazione. Un pensiero ed una preghiera per tutte le Rite, Margherite, Annarite, Mariarite, eccetera.

Mi sveglia un raggio di sole alle sei e mezza, ma è una fugace apparizione che smorza subito la speranza di riuscire ad avere possibilità di panorami colorati durante la tappa di oggi anziché solo una gamma di grigi. Dalla finestra del B&B appare evidente che continuerà ad essere coperto. Ma sarà solo per oggi.

La Provvidenza mi aiuta intanto ad alleggerire lo zaino. I miei fedeli pantaloni indossati a Santiago hanno deciso di esalare l’ultimo respiro e verranno tumulati nella discarica di Cascia.

Per fortuna ne ho uno di scorta per arrivare almeno a Rieti dove provvedere all’acquisto di un nuovo paio.

Dopo una colazione sommaria in un bar convenzionato con il nostro B&B (da fare sospettare che la seconda B significhi Bar anziché Breakfast), ci allontaniamo rapidamente da Cascia senza molti rimpianti. Lavori di manutenzione ANAS bloccano purtroppo l’accesso al sentiero di Santa Rita e ci costringono ad una lunga deviazione sulla strada asfaltata per fortuna poco trafficata che risale il percorso tortuoso del torrente Corno.

La meta è Roccaporena con il suo fantastico sperone roccioso alla cui sommità si trova ancora il masso ove pregava ogni giorno la Santa, e che oggi si chiama il Sacro Scoglio. Roccaporena è la scoperta della tappa di oggi, e vale la pena di un viaggio dedicato.

Negoziamo con un bar di tenerci gli zaini mentre saliamo i cento e passa metri di dislivello fino al Sacro Scoglio dove chiedo alla Santa di illuminare il nostro cammino con la luce della Sua preghiera. Da uno degli immancabili negozietti di souvenirs religiosi compro una medaglietta con la croce di San Benedetto, da mettermi al collo insieme agli altri portafortuna che porto sempre con me.

Oscar, amante dei pecorini stagionati umbri, mi trascina in un negozietto defilato ad ammirare i prosciutti e le forme di pecorino in bella mostra fuori dal negozio. “Questi sono una meraviglia!” dice, saggiando la consistenza dei prodotti con le nocche. Avevo delle perplessità vedendo le forme dei manufatti, veramente uguali tra loro, ma rispettavo l’entusiasmo di Oscar. Arriva rapidamente il venditore per finalizzare la vendita, ma ci dice: “Prego, entrate ad assaggiare i miei prodotti, …questi appesi qui fuori sono solo di plastica!” Ci facciamo una risata per attenuare l’imbarazzo, ma mi faccio mentalmente un appunto per riportare l’episodio tra queste righe.

Proseguiamo in direzione di Monteleone per la strada e vari sentieri che secondo la guida sono “facili” ma in realtà si rivelano subito un po’ fastidiosi sia per i continui saliscendi molto ripidi sia e soprattutto per il terreno intriso di super-fango in seguito alle intense piogge pomeridiane. Alla fine, usciti dal bosco scorgiamo più giù l’agriturismo dove passeremo la notte proprio nel momento in cui il cielo si rabbuia improvvisamente ed inizia a piovere. Ci infiliamo di corsa nella sala da pranzo, dove la signora Piera ci mette in tavola due belle zuppe fumanti di roveja, detta anche pisello dei campi o robiglio, una varietà di pisello importato in Europa dal Medio Oriente, conosciuto fin dal Neolitico, ma ultimamente praticamente scomparso.

Fu riscoperto dopo il terremoto del 1979 che da una signora che trovò un vaso di questi piselli tra le macerie di casa e da allora coltivato da molte aziende agricole intorno a Monteleone.

Finiamo in bellezza con una cena egregia servita dalla signora Piera con il figlio Saverio. Tutte le pietanze, compreso il pane, sono autoprodotte in azienda: assaggi di salumi, formaggi, zuppa di farro, polpette di chianina, insalata con fiori di borragine. Innaffiamo il tutto con un buon rosso schietto e finiamo in bellezza con un Passito di Sagrantino. Una meraviglia!