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Storie d’amore a Palazzo Reale

Che c’entrano le storie d’amore con il Cammino di San Benedetto? E il Palazzo Reale poi? Certo che c’entrano. Un po’ come il detto “Tutte le strade portano a Roma” che è per molti un’evidente verità. Scava scava, scopri che un sacco di vie traverse portano al Cammino di San Benedetto.

Pensa per un attimo di trovarti al Palazzo Reale, quello di Milano naturalmente. Sei andato a vedere la mostra su Georges de la Tour. Costui è un pittore francese della prima metà del ‘600, praticamente dimenticato. Sebbene abbia conosciuto in vita qualche momento di celebrità,  Georges passa nel dimenticatoio degli imitatori del Caravaggio. Ma con il passare dell’età de la Tour va sorprendentemente oltre, esplora nuovi mondi che lo portano d’un balzo in un futuro imperscrutabile da cui verrà riscoperto 300 anni dopo.

Con queste belle sensazioni io e Carla usciamo dalla mostra per entrare nel museum shop dove non c’è nessuno (il COVID-19 ha fatto il vuoto attorno a sé) e cominciamo a curiosare tra i libri. Scelgo per me “Storie d’amore”, 15 racconti in 100 pagine. Vado alla cassa dove trovo una ragazza piacente, con una faccia seria ed occhi intelligenti. Come le presento il libro lei mi segnala che ci sono molti titoli in promozione con forti sconti. Vede, devo mettere questo libro in uno zaino con cui farò a piedi molti chilometri. Questo libricino va bene anche perché è piccolo e leggero, le spiego. Davvero? E dov’è che va? Il Cammino di San Benedetto, da Norcia a Montecassino. Poi mi unisco a Carla che sta continuando a curiosare qua e là.

Dopo un po’ lei sceglie un altro libro e torniamo alla cassa. La ragazza è raggiante. Ho guardato su Internet, dichiara, e ho trovato il Cammino! Ma è bellissimo! Davvero complimenti. Poi si rannuvola per un attimo. Un giorno o l’altro devo fare anch’io qualcosa del genere. Io la incoraggio a farlo, e ci lasciamo con grandi auguri di buon cammino.

Il primo racconto d’amore riguarda Catullo. Egli è un giovane poeta paracadutato a Roma dalla natia Verona. Siamo ai tempi di Giulio Cesare. Catullo è probabilmente di bell’aspetto ma mingherlino e cagionevole di salute. Già noto come poeta, si innamora perdutamente di Claudia, donna sposata bellissima e corrottissima, che diventa Lesbia nei versi del suo amante. All’inizio Lesbia è gentile e sembra corrispondere un Catullo smanioso di dare sfogo alla sua passione e forse presago di come andrà a finire.

“O Lesbia mia, i soli continueranno a sorgere e tramontare, ma a noi tramontata una volta per sempre la nostra breve luce toccherà dormire un’eterna notte. Oh, dammi mille baci, e poi altri cento, e poi mille ancora, e poi cento altri ancora. E adesso tutte queste migliaia di baci mischiamole insieme in fretta, senza contarle, per paura che l’invidia, al conoscere un tal numero di baci, non ci getti la mala sorte”

I timori superstiziosi di Catullo hanno presto ragione. Lesbia esibisce sfacciata i suoi cento amanti e poco o nulla si cura del giovane poeta che progressivamente sprofonda in un’abbietta prostrazione. Egli vorrebbe distaccarsi da Lesbia e dalle umiliazioni ch’essa gli infligge, e invece ne diventa schiavo. “Ti odio e ti amo” egli si lamenta. Fino al suo canto più patetico, quando tutto è ormai finito.

“O Lesbia, tu dicevi un tempo di non aver conosciuto altro uomo fuor di Catullo, e che non mi avresti preferito neppure lo stesso Giove. Allora io mi affezionai a te non al modo con cui il volgo suole affezionarsi all’amica, ma come un padre s’affeziona ai figli e al suo proprio sangue. Adesso t’ho conosciuta e, in conseguenza, brucio più di prima per te. Ma pure tu sei per me una cosa molto più leggera e vile. Come può essere, tu chiedi. Perché, ti rispondo, un’offesa come quella che tu m’hai fatto costringe l’amante ad amare di più, ma a voler bene di meno.”

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Giorno 4, 17 giugno 2020, Tappa 3, da Monteleone (Colle del Capitano) a Leonessa, 17.8km, 5h 05 min

Ho introdotto Oscar al magico mondo di WordPress come piattaforma comune per scrivere i nostri aneddoti, commenti o cronistorie del viaggio. Ho condiviso con lui il mio vecchio blog (lifepilgrim.me) di cui ora siamo entrambi co-autori. Anche senza esserci messi d’accordo prima, io mi concentro sulla documentazione del viaggio che stiamo percorrendo insieme, Oscar invece si diverte a trovare qualche spunto per raccontare aneddoti, abilità di cui è senza dubbio un maestro. Nel nostro girovagare parliamo di tutto, o meglio Oscar parla di tutto, ed io spesso mi limito ad ascoltare.

Fa piacere anche a me condividere con Oscar qualche mio episodio di vita vissuta, molti ricordi da professionista, molti altri invece associati agli amici, ai viaggi, alle esperienze di vita all’estero.

Qualche volta mi ascolta assorto, per poi iniziare un altro discorso dicendo: “Ecco, questa storia che mi hai raccontato, mi fa venire in mente quando….”. E immancabilmente qualcosa di questi suoi ricordi troverà la sera spazio tra queste righe.

La gestione del quotidiano di questi due semi-attempati ingegneri on the road, è un’esperienza a volte irritante ma sempre molto arricchente. Io non sopporto che il mio senso dell’orientamento, adiuvato dalle mie app di geoposizionamento e navigazione sul territorio, venga messo in discussione con frasi del tipo: “Ma sei sicuro? Non vedo i segnali….”. Oscar, da parte sua, combatte una lotta accanita con la gestione di WordPress e Facebook dallo smartphone, e non si capacita come sia che questi programmatori usino icone sempre diverse da pochi pixel per azionare i vari comandi anziché adottare il linguaggio esteso, a lui più congeniale. Litiga anche con i televisori di agriturismi dispersi nel nulla, che non memorizzano i canali come quello che ha a casa lui. Non si capacita del  perché la navigazione di programmi e applicazioni complesse dallo smartphone non sia esattamente come fa da casa con un monitor da 32″, una tastiera estesa con keyboard numerico e un mouse. Finiamo per battibeccarci come  Walter Matthau e Jack Lemmon in “Grumpy Old Men“.

Comunque anche oggi la tappa è stata completata senza eccessivi sforzi in poco più di 5 ore. Un paesaggio dolce nel fondovalle transitando senza particolari eccitazioni dall’Umbria al Lazio.

Siamo ora a Leonessa, ospiti di un albergo con 84 stanze di cui solo la nostra è occupata. Dovunque regna una gran desolazione, sottolineata anche dal tentennamento del testone del maitre che ci sorveglia come un falco mentre consumiamo un pasto degno di una pensione Miramonti qualsiasi. “Qui con questo disastro del Covid, non viene più nessuno, i turisti non si fidano e vanno altrove…”. “Ma cosa offre di interessante Leonessa ai turisti?”, chiedo innocentemente. “Ah, niente, qui non c’è niente da fare…” L’uomo non coglie l’ironia della contraddizione nella sua risposta e finalmente si allontana, scuotendo ancora il testone.

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Miracolo sulla Via Francigena

Il Sacro Scoglio di Santa Rita a Roccaporena, la contemplazione del meraviglioso panorama, i leggendari miracoli della santa mi riportano indietro ad una giornata di due anni fa. Era esattamente il 17 giugno 2018.

Radicofani

Dall’altissima rocca di Radicofani io e il nipotino Matteo scendiamo a piedi nella valle dove un tempo assai lontano gli sgherri di Ghino di Tacco rapinavano le carovane di passaggio. Per dire il vero, il celebre masnadiero (il cui nome venne impiegato dopo 7 secoli da Bettino Craxi per firmare i suoi articoli sull’Avanti) usava criteri particolari nello scegliere le sue vittime. Tra i viandanti rapinati doveva esserci almeno un vescovo o un conte, altrimenti i viandanti venivano lasciati passare tranquillamente. Non solo. I ricavi delle rapine venivano distribuiti al popolo del minuscolo villaggio. Insomma, un vero e proprio Robin Hood. Solo che invece che nella mitica foresta di Sherwood, Ghino di Tacco cavalcava nella Val d’Orcia.

E’ appunto in questa bellissima valle che io e Matteo camminiamo fianco a fianco. E’ il 17 giugno 2018, in cielo non c’è una sola nuvola e, per quanto ci siamo avviati di buon’ora per evitare il caldo, il sole comincia ben presto a picchiare. A 8-9 km da Radicofani le erte colline della Val d’Orcia si allargano gradualmente in un territorio pianeggiante. Costeggiamo il Fiume Paglia lungo la vecchia Cassia. Matteo, che ha 12 anni, è un ottimo camminatore, alto e forte per la sua età. Chiacchieriamo piacevolmente, ogni tanto ci scattiamo foto, e maciniamo chilometri. Dopo circa 17 km attraversiamo il confine tra Toscana e Lazio Ce ne vogliono in tutto una trentina, e sette ore di cammino, per arrivare alla nostra destinazione di tappa, la città di Acquapendente.

Giungiamo alquanto stremati dalla fatica e dal caldo verso le 14,30. L’ostello dove ho prenotato per dormire è un’antica badìa di cui non vi faccio il nome perché sono certo che la protagonista di questa storia preferisca il riserbo. Si tratta di una suora che gestisce questo luogo per i pellegrini, gente di passaggio, gente che ha bisogno di un ricovero e di un pasto. La chiamerò Madre Angela. Tuttavia non è lei che ci riceve, bensì due volontari che prestano servizio gratuitamente nell’ostello, cucinano, fanno le pulizie, rifanno i letti. Sono gentili e premurosi. Ci spiegano che non c’è tariffa per vitto e alloggio. Chi può permetterselo può lasciare una libera offerta, mentre I poveri alloggiano gratuitamente.

Nel luogo c’è una meravigliosa frescura, all’interno dell’antico fabbricato si apre un chiostro con un pozzo al centro, mentre sul retro c’è un grande terreno lussureggiante di alberi da frutta, filari di vigna, ed ogni sorta di ortaggi. Regna un certo naturale disordine, rivelatore della fatica con cui questo enorme lavoro è stato fatto nel tempo e va rinnovato ad ogni stagione. Vicino ad una fontana c’è un pergolato ombroso con un tavolo e delle panche dove io e Matteo ci sistemiamo per consumare i nostri panini e dissetarci.

Dopo un sonnellino ristoratore scendiamo nel chiostro. Queste sono le giornate più lunghe dell’anno, sono le cinque e mezza e il sole è ancora alto, ma nel chiostro c’è ombra e frescura. E’ lì che incontriamo Madre Angela, seduta sotto il porticato. E’ una donna dall’età apparente di 60 anni, un volto bellissimo che mi è impossibile descrivere, ricordo solo la serenità, la forza, l’amore che esso irradia. La suora siede compostamente, contornata dai suoi due aiutanti con cui conversa sommessamente. Io e Matteo ci sediamo di fronte a lei su una panca e lei si informa del bimbo e si congratula con lui che abbia voluto seguire il nonno nell’esperienza del cammino. Le chiedo di raccontarci di questo luogo. Madre Angela esita come per riordinare i pensieri, o forse nella storia ci sono aspetti troppo personali per essere raccontati, ma ecco che inizia. La voce bassa mi costringe ad avvicinarmi un poco per sentirci meglio.

“Molti anni fa ero in un convento. Non mancava il da fare, ero madre superiora, dovevo preoccuparmi un po’ di tutto perché il convento funzionasse a dovere e le sorelle svolgessero lietamente i loro compiti spirituali e materiali. Però ad un certo punto questo cominciò a non bastarmi più. Mi consultai con lui, volevo essere certa che il mio non fosse un atteggiamento di superbia, ma lui mi rassicurò, mi disse di seguire ciò che mi dettava il cuore. Così lasciai il convento.”

Tutto intorno nel chiostro c’è una grande quiete, si sente solo il cinguettio di uccelli. Vorrei chiederle cosa non le sia più bastato, ma taccio perché intuisco che lei ce lo dirà. “Fu così che andai a Roma e mi misi a cercare. Trovai un vecchio garage abbandonato in un quartiere di periferia. Volevo farne un rifugio, un piccolo ricovero per poveri dove prendermi cura di loro, dare loro un tetto e cibo e magari conforto dell’anima. Ma il luogo andava completamente rimesso in ordine, occorreva costruire delle stanze, metterci dei bagni, una piccola cucina, e anche una stanzetta dove potessi vivere io. Per questo occorreva denaro. Una suora non ha risparmi da investire. Il problema pareva insolubile, così mi consultai ancora con lui, gli spiegai il problema e i miei dubbi, ma lui mi incoraggiò ad andare avanti.”

Tra me e me penso che lui, l’amico di Madre Angela, dispensatore di così saggi consigli, dovesse essere un tipo molto speciale di commercialista. “Andai così a parlare con un monsignore nella curia diocesana – continua lei – e anche lui mi incoraggiò ma di soldi da darmi ce n’erano pochi, dovevo darmi da fare anche con la mia modesta persona. Sentii i parroci dei quartieri circostanti, il problema era sempre lo stesso, ma saltarono fuori parrocchiani che erano muratori, idraulici, elettricisti, brava gente. Chiesi loro di darmi una mano e me la diedero. Così, un po’ per volta, il ricovero nacque e prese a funzionare. Il lavoro di certo non mancava! Non avevo mai un letto libero. E c’è sempre stato qualcuno pronto a darmi una mano.”

A questo punto Madre Angela sosta e si fa nuovamente pensierosa. Intuisco che qualcosa sta per avvenire, una svolta importante nella sua storia. “Beh, io ero completamente felice di ciò che facevo, L’alloggio era una piccola cosa, ma i bisognosi che aiutavo mi ricambiavano regalandomi una grande gioia. Finché un giorno una persona che conoscevo venne a dirmi che in un paese a nord di Roma, a 100 o 150 km di distanza, sulla Via Francigena c’era una struttura religiosa abbastanza grande in stato di abbandono da molti anni. Perché non andare a vederla? Così feci. Il luogo era questo e, pur in completa rovina, era così bello da farmi battere forte il cuore. Ma dopo un’accurata ispezione disperai. Il tetto aveva ceduto in più punti e andava interamente rifatto. I muri perimetrali parevano solidi, ma gli interni erano un disastro, impianti inesistenti, tutto da rifare da cima a fondo. Inoltre la casa era diventata con gli anni una gigantesca uccelliera. Vi avevano nidificato uccelli di ogni tipo, e c’era in terra uno strato di guano alto mezzo metro. Il terreno sul retro era un ammasso di rovi che avevano divorato il lavoro dei frati che vi avevano dimorato in precedenza. Una cosa totalmente fuori dalla mia portata, me ne tornai a Roma. Ma con il passare del tempo quel garage con le sue poche stanzette cominciò a sembrarmi sempre più insignificante rispetto a quanto avrei potuto fare in una struttura come questa. Temetti però che un simile pensiero potesse nascondere un imperdonabile peccato di presunzione, di ambizione personale. Di cos’altro avevo bisogno che già non avessi? Dovevo tornare a parlare con lui, e lui fu subito disponibile ad ascoltarmi e consigliarmi. La tua fede, mi disse, non è in contrasto con la possibilità che ti viene offerta di ampliare la tua opera, e quella che tu chiami ambizione è cosa buona e giusta se indirizzata a realizzare il Bene. Questo è il compito dell’essere umano sulla terra, prima di approdare alla vita eterna. Le buone opere contano più dei buoni pensieri.”

Ascoltando Madre Angela parlare, mi rendo conto che lui non è per niente un bravo commercialista, lui è in realtà Lui e basta. “A questo punto – continua la suora – avevo bisogno di lasciar depositare i miei pensieri e le cose che Lui mi aveva detto. Per me il modo migliore per riuscirci è sempre stato quello di lavorare, lavorare, lavorare. Così mi misi a rinnovare il vecchio garage, tinteggiai le pareti con colori più allegri, sistemai una lavatrice che mi era stata donata, aggiustai dei rubinetti e cose del genere. Pensai anche di non poterne più di quella stanzetta dove abitavo io, dove non c’era neanche una finestra. Sentii un forte bisogno di aria, luce. Tracciai con una matita una finestrella sulla parete che ritenevo più adatta, presi un piccone e feci un bel buco. Mi accostai per respirare l’aria fresca che veniva da fuori, e guardai cosa c’era lì davanti. Dirimpetto, sulla strada che costeggiava il muro posteriore del mio garage c’era un negozio con un’insegna che diceva “Impresa di pulizie”. Lui mi ha dato un segno! pensai subito. Uscii, feci il giro dello stabile e mi diressi verso il negozio.

C’era dentro il proprietario che mi guardò meravigliato perché ero entrata nel negozio tutta impolverata dai calcinacci. Ero trafelata, così lui mi fece sedere e mi offrì un caffè. A cosa devo l’onore, mi chiese. Gli raccontai di questo vecchio convento abbandonato e di ciò che avrei voluto farne. Ma come fare per rimetterlo in ordine dalla situazione di rovina in cui si trovava? L’uomo mi ascoltò in silenzio e alla fine disse, bene, andiamo a vederlo. Come? Quando? Adesso, rispose. Così, dopo essermi rimessa un pochino in ordine, montai in auto con l’uomo e partimmo per Acquapendente. Quando arrivammo qui, lui ispezionò tutto con grande cura, e prese nota di tutto su un taccuino. Ebbene? Gli chiesi quando parve che avesse terminato. Ci vorrà tempo, rispose. E quanto costerà? Chiesi. Ci vorrà tempo, ripeté. Adesso torniamo a Roma.”

Mentre Madre Angela racconta, tutti la ascoltiamo in perfetto silenzio. Le ombre del pomeriggio hanno ormai completamente invaso il chiostro e il tempo sembra essersi fermato. Una magia che è difficile descrivere, una magia speciale si è impadronita di noi e di questo luogo. “Quello che accadde mi parve un miracolo, racconta con voce bassa la suora. Forse fu un miracolo, qualsiasi cosa noi possiamo intendere per miracolo. Per me miracolo è un segno tangibile che l’amore muove ogni cosa. Ebbene quell’uomo, il proprietario dell’impresa di pulizie, si mise in moto. Nei giorni feriali mandava avanti normalmente la sua impresa. Il sabato mattina all’alba lui e tre o quattro dei suoi operai partivano con un furgone e venivano qui a lavorare sabato e domenica. Quando ebbero ripulito tutto dal guano degli uccelli, ormai molti in paese sapevano quello che stava succedendo qui. Cominciarono ad arrivare contadini e altra gente umile con gli attrezzi, motozappe, motoseghe e quant’altro e ripulirono perfettamente i terreni dai rovi e dalle sterpaglie. Io venivo qui ogni volta che potevo ed era estasiata nel vedere come tutto era cambiato. Rifare il tetto era un grosso problema, ma ci fu chi regalò tegole e travi e arrivarono muratori per fare il lavoro. Fatto il tetto, ecco un geometra per riprogettare gli interni e gli impianti. Tutto a norma! Disse. La voce correva veloce nei dintorni. Si presentarono idraulici, elettricisti, imbianchini. C’è bisogno di qualcosa? domandavano. Nessuno chiese un soldo. Ci fu un solo momento doloroso, quando dovetti chiudere il piccolo ostello di Roma. Ma i pochi ospiti ebbero tutti una sistemazione, e finalmente mi trasferii qui.”

Madre Angela si ferma qui e capiamo che la storia è terminata. Probabilmente è giunta l’ora della preghiera, la suora si accomiata da noi e scompare in un piccolo passaggio. Non rivedremo più Madre Angela né la sera a cena nella grande cucina del convento con gli altri ospiti, né la mattina dopo alla partenza per Bolsena.
Qui finisce il mio racconto. Ma devo dirvi che quando si cammina invece di correre insensatamente in automobile si ha più tempo per guardare le cose e maggiore disposizione ad aprire l’anima. E allora certe cose che normalmente ci sfuggono le notiamo. I miracoli, qualsiasi cosa siano, possono far parte di queste cose.

Beh, ho già parlato abbastanza. Magari troveremo un’altra occasione. I miracoli non mancano, particolarmente ai pellegrini. Ad esempio quella volta che ero in cammino in Galilea…

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Giorno 3, 16 giugno 2020, Tappa 2, da Cascia a Monteleone, 16.7km, 5h 18min

Margherita Lotti nacque in questi luoghi nel 1381 e si sposò con un ufficiale violento che fu ucciso in un’imboscata. Margherita pregò affinché i suoi due figli non si macchiassero di atti di sangue nel vendicare l’uccisione del padre. Si dice che il Signore la esaudì al punto che i figli si ammalarono e morirono. Margherita si ritirò nel convento degli Agostiniani, e si dedicò ad assistere con abnegazione i malati. Tutti i giorni si recava in cima allo “scoglio” di Roccaporena e pregare. È venerata come Santa Rita, la protettrice dei casi disperati e a Lei si rivolgono molte madri per avere figli o proteggerli durante la gestazione. Un pensiero ed una preghiera per tutte le Rite, Margherite, Annarite, Mariarite, eccetera.

Mi sveglia un raggio di sole alle sei e mezza, ma è una fugace apparizione che smorza subito la speranza di riuscire ad avere possibilità di panorami colorati durante la tappa di oggi anziché solo una gamma di grigi. Dalla finestra del B&B appare evidente che continuerà ad essere coperto. Ma sarà solo per oggi.

La Provvidenza mi aiuta intanto ad alleggerire lo zaino. I miei fedeli pantaloni indossati a Santiago hanno deciso di esalare l’ultimo respiro e verranno tumulati nella discarica di Cascia.

Per fortuna ne ho uno di scorta per arrivare almeno a Rieti dove provvedere all’acquisto di un nuovo paio.

Dopo una colazione sommaria in un bar convenzionato con il nostro B&B (da fare sospettare che la seconda B significhi Bar anziché Breakfast), ci allontaniamo rapidamente da Cascia senza molti rimpianti. Lavori di manutenzione ANAS bloccano purtroppo l’accesso al sentiero di Santa Rita e ci costringono ad una lunga deviazione sulla strada asfaltata per fortuna poco trafficata che risale il percorso tortuoso del torrente Corno.

La meta è Roccaporena con il suo fantastico sperone roccioso alla cui sommità si trova ancora il masso ove pregava ogni giorno la Santa, e che oggi si chiama il Sacro Scoglio. Roccaporena è la scoperta della tappa di oggi, e vale la pena di un viaggio dedicato.

Negoziamo con un bar di tenerci gli zaini mentre saliamo i cento e passa metri di dislivello fino al Sacro Scoglio dove chiedo alla Santa di illuminare il nostro cammino con la luce della Sua preghiera. Da uno degli immancabili negozietti di souvenirs religiosi compro una medaglietta con la croce di San Benedetto, da mettermi al collo insieme agli altri portafortuna che porto sempre con me.

Oscar, amante dei pecorini stagionati umbri, mi trascina in un negozietto defilato ad ammirare i prosciutti e le forme di pecorino in bella mostra fuori dal negozio. “Questi sono una meraviglia!” dice, saggiando la consistenza dei prodotti con le nocche. Avevo delle perplessità vedendo le forme dei manufatti, veramente uguali tra loro, ma rispettavo l’entusiasmo di Oscar. Arriva rapidamente il venditore per finalizzare la vendita, ma ci dice: “Prego, entrate ad assaggiare i miei prodotti, …questi appesi qui fuori sono solo di plastica!” Ci facciamo una risata per attenuare l’imbarazzo, ma mi faccio mentalmente un appunto per riportare l’episodio tra queste righe.

Proseguiamo in direzione di Monteleone per la strada e vari sentieri che secondo la guida sono “facili” ma in realtà si rivelano subito un po’ fastidiosi sia per i continui saliscendi molto ripidi sia e soprattutto per il terreno intriso di super-fango in seguito alle intense piogge pomeridiane. Alla fine, usciti dal bosco scorgiamo più giù l’agriturismo dove passeremo la notte proprio nel momento in cui il cielo si rabbuia improvvisamente ed inizia a piovere. Ci infiliamo di corsa nella sala da pranzo, dove la signora Piera ci mette in tavola due belle zuppe fumanti di roveja, detta anche pisello dei campi o robiglio, una varietà di pisello importato in Europa dal Medio Oriente, conosciuto fin dal Neolitico, ma ultimamente praticamente scomparso.

Fu riscoperto dopo il terremoto del 1979 che da una signora che trovò un vaso di questi piselli tra le macerie di casa e da allora coltivato da molte aziende agricole intorno a Monteleone.

Finiamo in bellezza con una cena egregia servita dalla signora Piera con il figlio Saverio. Tutte le pietanze, compreso il pane, sono autoprodotte in azienda: assaggi di salumi, formaggi, zuppa di farro, polpette di chianina, insalata con fiori di borragine. Innaffiamo il tutto con un buon rosso schietto e finiamo in bellezza con un Passito di Sagrantino. Una meraviglia!

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Deserto del Negev: un’indovina mi disse

L’amico Roberto mi ha dato ieri una bella botta: anche se la nefasta predizione da parte dell’indovina Antonietta di un’oscura fine nel deserto del Negev fosse revocata, ebbene anche in questo caso lui si ritirerebbe dall’impresa. Per chi non lo sapesse, l’impresa avrebbe dovuto consistere nella traversata del Negev da Eilat sul Mar Rosso a Arad, ai confini del deserto di Giudea, 400 km più a nord, naturalmente a piedi. Era tutto combinato, ero riuscito a trovare una guida che per un prezzo onesto ci avrebbe trasportato il bagaglio (tende, viveri, acqua, insomma la solita roba) al termine di ciascuna delle 20 tappe di quell’aspro tragitto.

Il cammino era programmato per marzo di quest’anno. Sia io che Roberto eravamo animati dal sacro furore dell’avventura, manco il Negev fosse stato la Dancalia da cui per cinquant’anni mai nessun esploratore tornò indietro. Senonché lo scorso ottobre mia moglie Carla, durante una visita a Pescara, ebbe la pessima idea di accompagnare sua sorella da Antonietta. Costei è un’anziana che predice il futuro leggendo le carte. Immagino già l’incredulita’ di coloro che stanno leggendo queste righe. Ebbene, provate a perdere il vostro gatto più amato, oppure a dimenticare dove avete nascosto quei 5.000 euro che servivano per la vacanza in Thailandia con la vostra dolce metà. Con poca spesa e in brevissimo tempo Antonietta risolverà il vostro problema. E’ naturale quindi che mia cognata, che vive a Pescara, consulti Antonietta da molti anni per qualsiasi problema di famiglia.

Così è stato che Carla abbia accompagnato la sorella da Antonietta e, giacché c’era, le abbia chiesto rassicurazioni circa la nostra progettata traversata del Negev. Antonietta diede le carte e trascoloro’. Non è possibile, disse. Rifece nuovamente le carte e la faccia le divenne terrea. Signo’ disse, vostro marito non deve partire. Perché? Morte certa, fu la lapidaria risposta. E l’amico che lo accompagna? Signo’ pure lui. Questi non devono partire nisciuno dei due.

Fu così che il nostro progetto naufrago’ miseramente. Anche Roberto accettò il fatto che con Antonietta c’era poco da scherzare. Quello che è poi accaduto nel marzo di quest’anno lo sapete bene. Il mondo intero travolto dal COVID-19. Cosa sarebbe avvenuto se l’epidemia ci avesse colti nel mezzo del deserto? Nessuno può dirlo. Quello che è certo è che io mi sono rifugiato a Bonassola in cima al monte della Caminà e Roberto nella sua villa a Besozzo. Felicemente isolati dal mondo per oltre 3 mesi. Vivi e vegeti.

Parendomi dunque che l’aver trovato una causa precisa della fosca predizione di Antonietta mi esonerasse finalmente dall’ubbidienza alla sua prescrizione, ho annunciato a Roberto la mia intenzione di riprendere in mano il progetto Negev. Non se ne parla, ha risposto lui, il progetto è ormai decaduto. E perché? Perché non mi fido della soluzione che hai trovato. Dunque, qualcuno che manco conosco lascia per noi in mezzo al deserto tende, viveri e quant’altro. Ci pensi se questa roba, tecnicamente abbandonata, viene rubata da qualcun altro? Noi che facciamo, cosa mangiamo, dove dormiamo?

Cari amici, tra cui molti che so essere figli di Israele, aiutatemi voi a convincere Roberto. È mai possibile, vi chiedo, che un buon ebreo timorato di Dio, o magari un Beduino, vada rubando nelle sconfinate distese del Negev provviste destinate alla sopravvivenza di camminatori come noi? È mai possibile?

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Giorno 2, 15 giugno 2020, Tappa 1, da Norcia a Cascia, 18.2 km, 5h,10min.

Notte agitata passata in gran parte a sfuggire all’abbraccio di alcune fette di salame agliato, residuo della cena di ieri sera e che hanno insistito per infilarsi nel letto insieme a me. Decidiamo comunque di muoverci di buon ora, per battere sul tempo la pioggia annunciata per le 11. Intanto ingollo la mia dose mattutina di Ibuprofene 400mg per consentirmi di indossare gloriosamente la mia gonalgia bilaterale e portarmela in giro senza dolori eccessivi. Alle 7 sollecitiamo Andrea per un caffè e qualche biscotto e poi iniziare a camminare. Ci saluta amichevolmente alla porta del Capisterium e con un’altro clic dietro di noi il cancelletto pedonale si richiude. Siamo sulla strada.

Il sentiero è ben segnato e si addentra nella piana. Sono curioso di vedere dove allevano i maiali, visto che a Norcia credo tutti sono “norcini” cioè macellai di Norcia. Tantissimi stabilimenti per la produzione di salumi, ma di allevamenti neanche l’ombra. Chissà perché ma questo clima nebbioso e ovattato non lascia traspirare alcun odore tanto da farmi sospettare di avere contratto il contagio da coronavirus. Finalmente invece ecco che il tipico lezzo si sparge nell’aria, ed io tiro un sospiro di sollievo. Evviva gli odori della campagna! Proseguiamo per circa 6 km nella piana di Norcia e poi, passato Piediripa, la strada gira decisamente a destra e si inoltra tra le montagne.

Quasi arrivati al passo a circa 1000 m di quota, ci coglie immancabile la pioggia ma siamo sufficientemente bardati per la bisogna. Ecco infatti che si avvicina Igor che ci apostrofa dicendo: “Casciululì, Norciululà” facendoci capire che siamo sulla strada giusta!

Lungo la strada, a Fogliano troviamo un delizioso B&B, Il Casale di Ginetto, 0743-76215 gestito da una bella famiglia con la mamma in cucina ed il papà e i due figli grandi a curare la sala.

Purtroppo il lunedì è giorno di chiusura. Ci apre comunque il figlio Ivan e ci sorseggiamo una birra alla quale Ivan gentilmente accompagna alcune piccole meringhe. Una pausa meritata ma anche molto interessante parlando con Ivan di come il Covid sia stata un’emergenza molto peggiore del terremoto del 2016. I turisti ancora non ci sono e in luglio-agosto, mesi in cui facevano il tutto esaurito negli anni precedenti, ora hanno giusto una manciata di prenotazioni. Auguriamo ad Ivan buona fortuna mentre lui insiste per scattarci una foto, ma senza di lui per evitare assembramenti.

A Fogliano spunta un tiepido sole e ci aiuta ad asciugarsi e a scaldarci, più di quanto non avesse già fatto già la birra. Dietro le ultime curve ci appare la cittadina di “Cascia, dove l’ansia si accascia!” (orrendo gioco di parole ma troppo irresistibile per non postarlo qui). Prima di recarci al B&B Palazzo Sassatelli, scelto per passarci la notte, pensiamo di fermarci prima a mangiare due fili di pasta al Ristorante Il Caminetto, abbastanza deludente ma con abbondanti porzioni decisamente untuose. Oscar si dispiace di avere mangiato male proprio oggi che è il giorno del suo compleanno.

Myriam discendente dei nobili proprietari del palazzo Sassatelli, ci viene ad aprire scendendo a rotta di collo scalinate strette e ripidissime, che noi invece risaliamo molto, molto lentamente fino a raggiungere il letto dove ci lasciamo andare ad un sonno ristoratore. Cascia è un po’ deludente così dipendente dal business associato alla devozione per Santa Rita, con enormi e orrendi fabbricati intonacati devoluti ad ospitare conventi e monasteri e senz’altro foresterie religiose per i devoti che qui giungono da tutt’Italia.

Prenotiamo la cena alla Trattoria degli Appennini, un posto un po’ defilato ma raccomandatoci da Myriam. Giunti sul posto, sulle prime pensiamo di squagliarcela, vedendo il locale così anonimo e temendo ancora una fregatura come per pranzo. Invece entriamo e siamo accolti dal vocione rassicurante di Walter che ci rimane subito simpatico. Ovviamente non ha ne’ prosecchi importanti ne’ bottiglie pregiate di Sagrantino con cui Oscar avrebbe voluto finalmente brindare per il suo genetliaco. Ma quello che ha ce lo offre semplicemente e con il cuore. Ci troviamo a scambiare due parole con la sua famiglia, la mamma Nicolina in cucina insieme alla moglie Lucia, Walter con il papà Adelmo in sala ad accogliere i (pochi) clienti.

Ottima cena con lasagne leggerissime e tagliatelle al capriolo in bianco, seguito da una trota spinata, specialità locale nel simpatico locale di Walter: una eccellenza dell’ospitalità genuina che rende merito ad i mille sacrifici di piccole realtà familiari di un Italia minore ma ricca di tradizioni da salvaguardare.

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Giorno 1, 14 giugno 2020, Norcia

Dopo un sonno del colore e della sostanza del piombo, la giornata si presenta incerta dal punto di vista metereologico con violenti nubifragi previsti in arrivo nel pomeriggio. In realtà avevamo già pianificato di passare la giornata di domenica nei dintorni di Norcia per acclimatarci e prepararci alla camminata di domani verso Cascia. Cogliamo l’occasione della proposta della cugina di Oscar, Daniela e del marito Franco, che gentilmente ci raggiungerebbero da Teramo per fare insieme una gita a Castelluccio per vedere la fioritura dei campi di lenticchie frammiste a papaveri ed altri fiori.

Aspettando che Daniela e Franco arrivino, andiamo a dare il nostro tributo dolente e silenzioso al centro storico devastato dal sisma. Stringe il cuore pensando al dramma di questa popolazione, e di tutte le altre colpite da terremoti simili, che hanno anche dovuto sopportare per di più anche il periodo di lockdown confinati nelle piccole casette provvisorie costruite al di fuori del centro storico. La devastazione è dovunque, con molte case transennate ed inagibili, e quasi tutte le chiese e cattedrali semi crollate con pareti e campanili tenuti insieme da ragnatele di tubi Innocenti. Rimangono in piedi le fortezze di un tempo che erano state costruite per scopi difensivi su basi trapezoidali.

Di fronte alla statua imponente del Santo, rimasta miracolosamente indenne, prego Benedetto di proteggere il nostro cammino e di regalarci ogni tanto qualche raggio di sole.

Saliamo la lunga e tortuosa strada che conduce a Castelluccio ed alla sua celebre piana, incrociando stuoli di ciclisti accaldati e seminudi e motociclisti intabarrati nelle loro tute rigorosamente nere. Per arrivarci a piedi ci sarebbero voluti tre giorni di cammino e superare un passo con un dislivello di 850 metri. L’altopiano si apre maestoso non appena superato il passo ingombro di motociclisti a dire il vero più interessati a farsi un panino con la porchetta che non ad ammirare il panorama.

Una we-fie con la cugina Daniela e Franco ci aiuta a ricordare la bella giornata. Oscar si aggira tra i campi fioriti brandendo il suo selfie stick tecnologico di cui è orgoglioso e che da oggi gli vale il soprannome di Long Stick Oscar (ogni riferimento ad altri tipi di sticks, è puramente casuale…)

Sul versante meridionale della piana sopra una cappelletta votiva, sapienti mani ignote hanno scolpito con la boscaglia il profilo geografico dell’Italia. Di questi tempi fa bene sentirsi accomunati da questo simbolo.

Purtroppo ha ripreso a piovere, e lasciamo il borgo di Castelluccio in lontananza e decidiamo di ritornare verso Norcia ed andare a farci un boccone alla Taverna del Boscaiolo con assaggi di prelibatezze locali (lenticchie, tartufi, salumi e formaggi). Daniela e Franco ripartono per Teramo mentre noi torniamo al nostro Ostello Capisterium per rifare lo zaino per l’ennesima volta lasciando fuori ombrelli e cerate in anticipazione della giornata di domani.

Nulla da riportare per il prosieguo della giornata passato a riepilogare la strada di domani, cercare di trasmettere ad Oscar le mie scarse conoscenze sulla piattaforma WordPress e Viewranger, scaricare le tracce GPS, e prenderci un altro po’ di pioggia per cercare un ristorante aperto di domenica sera. Oscar mi chiede a bruciapelo se sono ancora interessato alla traversata del deserto del Negev a febbraio 2021, ma io tergiverso nella ferma convinzione che ogni progetto nasce e muore in un determinato periodo temporale. Riscaldare le minestre, non sempre e’ un approccio che garantisce risultati soddisfacenti. Qualcosa mi dice che questo sarà un argomento che ci accompagnerà per molti chilometri.

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Un’ora e mezza a Spoleto

Un tempo appena sufficiente per una corsa dalla stazione ferroviaria alla magnifica Piazza del Duomo. Siamo circondati dai luoghi, anzi – per meglio dire – dalle scenografie del mitico festival. Negli stretti vicoli, tra i muri di pietra si annidano antiche memorie di concerti, balletti, conferenze. E poi la vita nelle strade e nelle piazze, tra un evento e l’altro quando bar e ristoranti si riempivano e ai tavoli trovavi gli artisti ed il mitico fondatore Menotti. Ricordo che fermammo Dario Fo, aveva appena preso il Nobel, e si intrattenere a lungo a chiacchierare con noi. Un’altra volta eravamo in una trattoria ed entrarono una ventina di cantanti russe dell’opera Guerra e Pace. Chiesi loro se potevano cantarci qualcosa e dopo breve consultazione si lanciarono in un’aria russa. Erano donne di fattezze poderose e dai seni immensi, e le loro voci erano così potenti da far tremare i vetri delle finestre diffondendosi nei vicoli di mezza Spoleto. Alla fine eravamo storditi, come confusi. Uscendo pensai bene di raccogliere gli autografi. Forse sotto l’influenza di un fiasco di rosso, una delle donne scrisse “I love you”.

Un’altra cosa che ricordo volentieri sono i concerti mattutini al teatro Caio Melisso, quando le artiste si presentavano sulla scena con i capelli ancora scarmigliati, le palpebre pesanti della notte, l’abbigliamento sommario, insomma erano irrimediabilmente sexy. Melodie meravigliose quelle suonate al Caio Melisso di prima mattina quando la città era torpidamente impegnata a smaltire le ore piccole dei dopo teatri.

Ma il tempo è avaro e i ricordi svaniscono rapidamente come sono venuti. Corriamo nella città bassa a prendere il bus che ci porta a Norcia.

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Giorno 0, 13 giugno 2020, tappa di avvicinamento a Norcia in

La sveglia luminosa segna ancora le 4:33 ma mi sveglio all’improvviso. Mancano ancora due ore ma non riesco a riprendere sonno dopo una notte comunque agitata. L’ansia della partenza in treno, soprattutto dalla piccola stazione semi abbandonata del paese, dopo l’entrata in vigore delle misure restrittive anti-Covid è sorgente di varie perplessità: Partirà in orario? O addirittura ci sarà il treno? Sarà disinfettato? Questioni senza risposta e che in un certo qual modo, mi fanno ripensare alla viandanza pellegrina di secoli fa, quando uno si incamminava direttamente dalla soglia di casa seguendo vaghe indicazioni in direzioni indicate dai punti cardinali o dal sorgere del sole.

Faccio mente locale a tutti gli acciacchi dell’età che saranno miei compagni di viaggio, non invitati ma ben presenti con noiose richieste di attenzione. Nulla di cui lamentarsi veramente, ma onestamente ne farei volentieri a meno. Diciamo che nel marsupio ho ben due scatole di pastiglie per lenire i fastidiosi sintomi del logoramento delle giunture, e non aggiungo altro.

Esco di casa alle 7:14, il cancelletto pedonale fa un clic dietro di me e sono sulla strada. La temperatura è di 15 gradi ed il cielo continua ad essere nuvoloso a chiazze.

Arrivo alla stazione con buon anticipo per apprendere che, si il treno arriverà, ma con 10 minuti di ritardo. “Ecco, mi dico, lo sapevo!” Ora mi tocca trovare un altro modo per arrivare a Milano in tempo per salire sul prossimo treno che mi porterà fino a Roma. Poi mi rendo conto che l’unica vera soluzione è quella di rilassarsi e di lasciare fare a Dio… Per quanto mi riguarda, ho fatto la mia parte arrivando puntuale.

È incredibile: il sistema dei ritardi è così efficiente che riesco persino a prendere la coincidenza per Milano Centrale alla stazione di Rho-Fiera! L’appuntamento con Oscar è alle 9:30 in Centrale e arriverò con molto anticipo ma è meglio così. Ora sono sul secondo treno della giornata: ancora due treni più un autobus.

Parliamo di tecnologia on the road. Questa volta userò un Samsung A51 come interfaccia con il resto del mondo, almeno quello remoto. Speriamo che sia un compagno fedele e discreto e neanche tanto esoso in termini di consumo energetico. Ad ogni buon conto mi sono portato dietro un Power Bank con pannello solare, un altro Power Bank di emergenza, ed un alimentatore da rete con tre uscite USB, per caricare simultaneamente il telefono e le due Power Bank. In altri cammini precedenti avevo usato un HTC One (Santiago), un Lenovo (Rocamadour) e un Huawei (IC2C)…tutti di fascia media, sui 300€ o giù di lì. Li ho trovati estremamente affidabili ma forse  appena adeguati per la qualità delle foto. Ho scoperto infatti da poco la godibilità dei ricordi di viaggio sui fotolibri e mi sono subito entusiasmato. Soprattutto i viaggi lenti ti offrono notevoli punti di osservazione che una volta catturati sulla carta patinata sanno ridarti il sapore del momento anche a distanza di tempo.

Arrivo con notevole anticipo all’appuntamento con Oscar: ci salutiamo con un cenno nel rispetto del distanziamento sociale anche perchè lui si presenta vestito come un palombaro con visiera e mascherina di tutto rispetto.

Arriviamo a Spoleto e decidiamo di visitare la città in attesa della corriera che ci porterà a Norcia. Le persone con cui interagiamo, dal tabaccaio che ci vende i biglietti, ad una signora che ci dà spontaneamente delle indicazioni, ad una ragazza che mentre mangia una pizza, ci aiuta a decidere se andare su a piedi oppure prendere le scale mobili, sono tutte molto gentili e ospitali. Forse avremmo dovuto passare a Spoleto più tempo invece di proseguire subito per arrivare a Norcia in serata.

Facciamo qualche foto alla piazza del Duomo e poi ritorniamo alla fermata della corriera.

All’arrivo a Norcia ci attende un bell’acquazzone e pensiamo bene di farci venire a prendere dal gestore dell’ostello per portarci al sicuro, ma riusciamo comunque a bagnare tutto il bagnabile.

Ostello molto ruspante e gelido ma ci sembra comunque una reggia. Adesso cena, doccia e poi un sonno ristoratore.

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Per il cammino di San Benedetto occorre prepararsi bene

Domani si parte. Obiettivo: percorrere a piedi il Cammino di San Benedetto, ovvero i 300 km che vanno da Norcia a Montecassino. Nulla di meglio, la sera precedente, che essere invitati a cena da Patrizia e Domenico. Questa potrebbe apparire una cosa banale da raccontare, è venerdì sera, no? Invece non è banale per niente perché siamo reduci da 3 mesi e 3 settimane trascorsi in quasi totale isolamento nella nostra casa di Bonassola in cima al monte dalla Caminà. Questo è quindi un evento straordinario, un ritorno ad una quasi normalità, la prima cena con amici da un giorno ormai lontano. Attorno all’ampio tavolo tondo siamo in sei disposti a coppie, dove ciascuna coppia è a un metro e mezzo dall’altra. Distanziamento sociale. Naturalmente tutto questo andrà presto a farsi benedire e riprenderemo le posizioni di sempre. Vale la pena di dire che dopo i consueti aperitivi Domenico serve un trionfale spaghetto alle vongole, seguito da una divina orata con patate al forno, il tutto innaffiato dal Friulano (un tempo Tocai) dell’amico Giovanni Foffani, vigne situate a Clauiano, a due passi dal confine sloveno. Poi fragole dell’orto con gelati di crema e torroncino. Che tripudio.

La mia preparazione è stata ottima. A casa anche lo zaino è pronto. Domani si parte!