VFdL, Tappa 6, 20 ottobre 2020, da Castelletto di Cuggiono a Morimondo, 26.4 km, 7:14 hrs

Tappa meravigliosa! A pari merito con la prima, da Lavena a Ganna, e benchè decisamente più lunghetta, vale assolutamente il viaggio. Il naviglio ed il paesaggio che attraversa, rievocano le gesta di epiche battaglie tra i Visconti ed i Torriani per il dominio di queste terre irrigue da una rete di canali e chiuse che convogliano sapientemente l’acqua nei vari appezzamenti agricoli. Ancora oggi molti di questi sistemi sono in uso, e le rispettive saracinesche portano stampigliati i nomi delle cascine cui l’acqua è destinata.

Il naviglio è stato anche e soprattutto una via di comunicazione tra il Ticino ed il lago Maggiore con Milano per persone e merci. Le innumerevoli chiuse e le “conche”, cioè aree di svincolo per le varie chiatte in attesa di passare, lo testimoniano a tutt’oggi. A volte sembra anche di vedere Leonardo da Vinci aggirarsi pensoso in questi luoghi che videro realizzate molte delle sue ingegnose ìnvenzioni idrauliche.

Siamo partiti sotto l’auspicio di una giornata nuvolosa secondo le previsioni e invece l’alba si è aperta offrendoci una tavolozza di molte varietà di rosa.

Abbiamo perlustrato un po’ la splendida ristrutturazione del convento, scoprendo una camera interamente affrescata e lasciata quasi intatta da cui i monaci infermi potevano assistere alla messa tramite una finestrina aperta sulla chiesa sottostante. Il buon Franco intanto ci aveva approntato una robusta colazione, e alle 8:30 ci siamo incamminati lungo l’alzaia del Naviglio Grande che ci accompagnerà per circa 16 km fino ad Abbiategrasso.

L’aria frizzante della mattina condensa la superficie del naviglio con una leggera nebbiolina, creando un’atmosfera irreale quasi mistica. Ci carichiamo di entusiasmo e buone aspettative per la giornata, dopo la delusione di quella di ieri.

Da Robecco a Cassinetta di Lugagnano é tutto un susseguirsi di belle ville e dimore storiche, inframmezzate da cascinali stupendamente ristrutturati.

Ad Abbiategrasso ci beviamo una buona birra ambrata e finiamo le nostre scorte di frutta in un bar vicino all’ingresso della ex-Mivar, storica fabbrica di televisori, che è stato il mio primo cliente di giovane venditore Texas Instruments nel giugno 1978.

Ci incamminiamo lungo il naviglio di Bereguardo lungo un alzaia dritta dritta, interrotta qua e là da chiuse che probabilmente derivate direttamente da progetti leonardeschi.

Arriviamo a Morimondo nel primo pomeriggio un po’ provati e non riuscendo ad individuare subito l’ingresso della Foresteria dell’Abbazia dobbiamo telefonare perchè ci vengano a prendere. Alla fine scopriamo che la Foresteria è ospitata all’interno del Municipio che a sua volta usa i locali dell’ex-convento ristrutturato. Saliamo varie rampe di scale con viste su chiostri che circondano giardini interni molto ben curati, e con statue di Madonne e di Santi sparse per i corridoi. Alla fine riusciamo a farci una doccia rigenerante e a prenotare la cena alla Trattoria La Grancia all’interno di uno dei vari cortili del complesso monastico cistercense: risotto ai funghi porcini e luganega in umido con cavolo nero.

Domani la tappa finale con arrivo a Pavia, nostra destinazione finale. Sarà un’altra giornata impegnativa, ma sto bene e sono sicuro che ce la farò alla grande. Buena Noche.

VFdL, Tappa 5, 19 ottobre 2020, da Castellanza a Castelletto di Cuggiono, 21.6km, 6:10 hrs

É proprio vero che la stanchezza é il miglior sonnifero e anche questa volta é riuscita a fare passare la notte con molte ore di sonno malgrado il rumore di traffico sulla strada sottostante le nostre finestre. Rinuncio a fare la doccia in risposta all’acqua che rinuncia persino a diventare appena tiepida. La colazione é rigorosamente stantia con brioches della consistenza del marmo. Ci mettiamo infine in marcia verso le 9 sotto un cielo grigio pallido e qualche badilata di nebbia. Dobbiamo attraversare tutta Legnano e Castellanza per arrivare fino all’ingresso del Parco Alto Milanese.

Vediamo subito molti scoiattoli che non riusciamo a riprendere ma che sembrano convivere alquanto a loro agio con gli sparuti visitatori, molti a spasso col cane, moltissimi in tenuta da jogging o in bici.

Finito l’idillio con il parco, entriamo subito a contatto con la realtà sconcertante dell’hinterland milanese, dove moltissimi capannoni industriali, alcuni in operazione, ma molti in vendita o comunque apparentemente deserti delimitano larghissime porzioni di territorio abbandonate a se stesse e alla dilagante maleducazione di chi getta rifiuti di ogni genere a tonnellate ai bordi delle strade. Uno spettacolo a dir poco rivoltante e che la dice lunga sulla civiltà di molti Italiani.

Il percorso attraverso il territorio comunale di Buscate è veramente orribile: quando non si passa tra le discariche abusive, si devono superare avvallamenti sulla strada pieni di acqua e fango, spesso da aggirare camminando su strati di rifiuti indicibili, oppure transitare su strade asfaltate molto trafficate anche da mezzi pesanti e molto pericolosi. Interessanti imprecazioni da parte di chi ha forse subito dei torti, fanno da contorno ad un paesaggio che poi non  sarebbe così male tra campi coltivati e greggi al pascolo.

A dispetto di come tratta il suo territorio, il centro abitato di Buscate è sufficientemente accogliente per convincerci ad una sosta con un panino e caffè.

Per fortuna Cuggiono, il paese successivo, è già parte del Parco del Ticino, il che sembra garantire una maggior cura del territorio senza rifiuti in giro. Arriviamo alla Scala di Giacobbe, il nostro rifugio per la notte verso le 15 quando Franco ci accoglie e dopo averci registrato ci mostra i nostri alloggi.

La Scala di Giacobbe, piccolo complesso monumentale sito a Castelletto di Cuggiono, in provincia di Milano, si è sviluppato accanto ad un’antica cappella, dedicata ai Santi Giacomo e Filippo. In epoca imprecisata, ma verosimilmente nella seconda metà del sec. XIV, i religiosi dell’ordine dei Domenicani giunsero nel piccolo borgo forse in seguito a donazioni o lasciti di persone colpite dalla “peste nera” che imperversò in quel tempo nell’intera Europa; o forse semplicemente per sfuggire al contagio che era più probabile nelle città, i frati uscirono da Milano e vennero a fondare questo convento che dedicarono a S. Rocco.

Ora è un complesso di edifici finemente restaurato che ospita il decanato di Càstano, con alloggi per i clero, foresteria e convegni in tutto l’arco dell’anno.

Franco ci viene a prendere per condurci a Cuggiono per cena, visto che il lunedì sera i tre ristoranti di Castelletto sono contemporaneamente chiusi. E vabbe’, fare sistema non é italica virtù. A domani!

VFdL, Tappa 4, 18 ottobre 2020, da Castiglione Olona a Castellanza, 21.2 km, 6:41 hrs

Decidiamo di partire alle 8, un po’ perche’ nell’Ostello non c’è la possibilità di fare una vera e propria colazione, e un po’ perché Luciano ci tiene a vedere la partita del Cagliari (di cui è tifoso) contro il Torino alle 15. La speranza è stata di girare l’angolo e trovare un bel bar con ogni ben di dio. Speranza disillusa quasi immediatamente, visto che il sentiero si inoltra quasi subito lungo il fiume Olona, senza traccia di presenze umane dietro a qualsivoglia bancone di negozio.

Seguiamo il tracciato della antica ferrovia della Valmorea, costruita nel 1904 per collegare Castellanza con Mendrisio in Svizzera con un progetto internazionale sia per il trasporto merci che di passeggeri. Varie vicissitudini quali il blocco delle frontiere nel 1930, hanno parzializzato il tracciato terminandone la tratta alla stazione di Malnate. Nel 1977 venne totalmente dismessa, ma alcune tratte vennero limitatamente riattivate da Malnate fino a Mendrisio per operare saltuariamente rievocazioni turistiche dei viaggi di una volta con motrici a vapore. Recentemente la tratta Stabio – Mendrisio è stata rilevata dalle FFSS, con raddoppio dei binari per il collegamento con Varese e l’Aeroporto della Malpensa. La tratta invece che abbiamo percorso oggi è praticamente interrata e trasformata in una pista ciclopedonale ma senza rimuovere i binari che affiorano in vari punti.

Per tutta la tratta non ci sono punti di ristoro malgrado le frotte di joggers e di biciclettari domenicali che affollano il sentiero. Non avevo previsto la popolarità di questo tratto di strada, altrimenti avrei evitato fermamente di percorrerlo di domenica. Praticamente digiuni, tiriamo fuori le scorte di barrette energetiche, grana e cioccolato e andiamo avanti lungo la ciclabile passando sotto ponti maestosi ed incombenti. Tutti i centri abitati sono in alto sopra i ripidi argini del fiume.

Luciano mi racconta le sue esperienze come amministratore di un piccolo comune confinante col mio, di tutti i lacci e lacciuoli che bloccano qualunque iniziativa di intervento radicale nei confronti del vandalismo, delle discariche selvagge, dei ragazzi quindicenni ubriachi che insozzano di notte i parchi pubblici distruggendo le attrezzature, e delle loro famiglie che negano la responsabilità di educarli. Ma Luciano é tenace e non demorde.

Viene spontaneo il confronto con i piccoli borghi incontrati in centro Italia lungo altri Cammini. La dove si respira la voglia di risorgere puntando sul turismo anche povero, quello pellegrino, con progetti, iniziative e piccoli investimenti nell’accoglienza e nella ristorazione, qui troviamo paesi abituati alla ricchezza derivante dai grandi investimenti industriali e tecnologici, e quindi molto poveri di attrazioni turistiche, ora si trovano in difficoltà a trovare una nuova sorgente di reddito e quindi danno un’immagine di tristezza, e di rassegnazione. Per chilometri le rive dell’Olona sono costellate di resti post industriali di fabbriche in disuso e abbandonate, spesso diroccate e contribuendo decisamente a testimoniare un passato recente di lavoro e ricchezza ma irrimediabilmente perso. Certo uno spettacolo poco edificante.

Finalmente arriviamo a Castellanza, dove ritroviamo qualche trattoria aperta e decidiamo di farci due fili di pasta. Al ristorante Gardenia, la signora Maria Rosa ci convince ad assaggiare le sue pappardelle con i porcini, purtroppo solamente passabili. In compenso ci offre alcuni cioccolatini insieme ad un liquorino di erbe, e possiamo quindi affrontare la poca strada che rimane fino al semplice Albergo Roma a Legnano dove passeremo la notte e Luciano potersi finalmente vedere la partita. Colgo l’occasione della partita in TV per la quale non sento alcun trasporto, per andare da un lavasecco a gettoni nei dintorni, e ripulire tutto il guardaroba nello zaino.

Domani arriveremo sulle rive del Ticino a Castelletto di Cuggiono, e da lì andremmo dritti dritti lungo i navigli fino all’Abbazia di Morimondo e a Pavia.

VFdL, Tappa 3, 17 ottobre 2020, dal Santa Maria del Monte a Castiglione Olona, 24.6km, 6:16 hrs

Mattinata spettacolare! Anche dopo una notte passata al freddo in una camera non riscaldata con una temperatura esterna di 9 gradi ed una interna non molto superiore, la magnifica vista dalla terrazza dell’albergo ristora lo spirito e dissipa la fatica.

Mi sono svegliato alle 7 per non perdermi l’occasione di partecipare alla Santa Messa mattutina nel Santuario, e prendermi una sana benedizione per me e tutti i miei cari, che in un modo o nell’altro stanno compiendo i propri Cammini. “Sia fatta la Tua volonta’..” dice la preghiera e che questa frase possa risuonare nei cuori e nelle menti come un aiuto per imparare ad accettare il disegno divino, qualunque esso sia. La chiesa è addobbata in maniera sontuosa per celebrare un matrimonio a fine mattinata.

Dopo la colazione in albergo, una sciccheria con croissants freschissimi, ci incamminiamo per lo splendido Sentiero della Cappelle, una meravigliosa e scenografica Via Crucis, che si snoda lungo tutta la collina fino alla sottostante città di Varese. È da percorrere almeno una volta nella vita, per elevare lo spirito dalle miserie terrene.

A Varese facciamo una breve sosta giusto per farci apporre il timbro sulla credenziale, e proseguiamo in discesa tra boschi, campi, antichi lavatoi fino a Gornate Superiore all’Ostello del Pellegrino dove troviamo Mario che ci aspetta per mostrarci orgogliosamente l’accoglienza dell’Ostello. Nulla da invidiare a quelli più blasonati lungo il Cammino di Santiago, e per di più con tariffa a donativo. L’Ostello ha 14 posti letto ma stasera sara’ tutto a nostra disposizione.

Andiamo a cena all’Osteria Piccolo Stelvio dove possiamo gustare pizzoccheri e ganassino di maiale con un robusto vinello rosso e poi diritti a nanna, non che il paesino offra altri svaghi. Il freddo è pungente e anche l’Ostello ci sembra un confortevole rifugio. Domani andremo a Castellanza nel mezzo dell’hinterland industriale milanese ma che promette di offrirci altri insospettati scorci panoramici.

VFdL, Tappa 2b, 16 ottobre 2020, da casa a Santa Maria del Monte (Varese), 21.2km, 7.06h

Eccomi di nuovo in cammino sulla via Francisca dopo la lunga pausa dal 19 settembre fino ad oggi. Sono partito verso le 8 sotto un cielo grigio e con una temperatura proprio freddina per recarmi al rendez-vous con Luciano. Decido di tagliare per il bosco per evitare il traffico del mattino e per incontrare meno gente possibile. Già, la vera sfida di questo Cammino non sarà tanto la strada da percorrere fino a Pavia, di modesta lunghezza e quasi tutta in pianura, quanto il rispetto delle norme comportamentali per evitare contagi da virus, e contagiare gli altri a mia volta.

Il bosco è silenzioso e saturo di umidità e profumi di essenze sconosciute. Sento addosso l’euforia del viaggio che sto per intraprendere, anche se la meta di oggi non credo mi offrirà molte novità visto che ne ho già percorsi molti tratti durante le mie uscitine solitarie durante il periodo di lock-down.

Mi incontro con Luciano al posto prestabilito e ci incamminiamo di buon passo lungo la ciclabile del Lago di Varese per poi piegare decisamente verso il monte e raggiungere la chiesa della SS. Trinità di Gavirate. Da qui parte la salita per raggiungere il sentiero 10, che percorreremo per tutta la sua lunghezza fino a Velate. Lungo il sentiero vediamo la devastazione che le piogge torrenziali, i temporali e le burrasche di vento di fine settembre hanno lasciato sul versante meridionale del Campo dei Fiori. Vediamo anche resti di alberi carbonizzati residuo del colossale incendio del 2017 e trasportati a valle dalla furia della acque. Spettacolo che sgomenta e cupo testimonio di come sta cambiando inesorabilmente il paesaggio in seguito ai recenti cambiamenti climatici.

Ci sediamo su degli scalini nell’abitato di Velate per consumare un veloce pasto prima di inerpicarci per la stretta valle del torrente Bellone che ci condurrà alla nostra meta. Il disivello da superare è di circa 400 metri nel mezzo di un bosco di castagni calpestando castagne, ricci e foglie dorate. Per lunghi tratti, scalinate antiche in cemento ci spezzano le gambe ma ci consentono anche di procedere più speditamente.

Finalmente raggiungiamo l’abitato di Santa Maria del Monte e l’albergo sacro monte dove passeremo la notte. Il panorama è bellissimo anche grazie agli ultimi raggi di un sole morente che alla fine è riuscito ad avere la meglio sulle nubi.

La nostra camera è freddissima. I radiatori sono freddi e rimangono tali malgrado il frenico ruotare delle manopole di regolazione del termostato. Il proprietario si da da fare ma con scarsi risultati. Cerchiamo di rincuorarci con una cena nutriente e da un buon bicchiere di dolcetto praticamente abbracciati al radiatore della sala da pranzo, l’unico in grado di diffondere un tepore decente. Poi non ci rimane che infilarci sconsolati e vestiti nel letto sotto una montagna di coperte, confidando che domani sarà un giorno migliore.

Giorno 19, 2 luglio 2020, un cammino che si chiude, è un altro che inizia….

A vacanza conclusa dal treno vedere
chi ancora sulla spiaggia gioca si bagna
la loro vacanza non è ancora finita:
sarà così sarà così lasciare la vita?

Recita cosi’ una bellissima poesia di Vivian Lamarque, e mi viene in mente mentre dal finestrino del Frecciarossa rivedo in lontananza i profili dei monti che ho risalito e ridisceso con molta gioia e qualche sofferenza. Lascio fisicamente queste terre a me parzialmente sconosciute ma che ho avvicinato intimamente con umiltà durante questo Cammino di ricostruzione. Ma non le lascerò nei miei ricordi, nei visi delle belle persone che ho incontrato alle quali va tutta la mia ammirazione e riconoscenza. Sono sicuro che la loro determinazione riuscirà a fare decollare il progetto del Cammino ad un livello di autosostenibilità. Anche se il pellegrino è un turista che consuma poco, è pur sempre una risorsa che alimenta un sostenuto passa-parola e che alla fine crea valore diffuso a beneficio di quei magnifici borghi e dei suoi abitanti. Mi rammarico di non avere conosciuto tutte le persone che si prodigano per il successo del Cammino, e la sicurezza dei pellegrini che lo percorrono.

Questo Cammino non è un cammino religioso come può esserlo quello di Santiago, o almeno come lo era all’inizio del tempo. È un Cammino di consapevolezza di un Italia che può solo sembrare minore dal punto di vista artistico ma che nulla ha da invidiare all’altra Italia del turismo di massa, per ricchezza culturale, gastronomica e di veracità intellettuale.

La presenza costante del rovo, ostile e spinoso, mi sembra potere rappresentare bene la realtà di queste montagne, di queste valli, di queste genti: come possono piante così scostanti fiorire e poi generare frutti così dolci e saporiti come le more? Solo chi persiste riuscirà a coglierne i frutti più lontani e protetti dalle spine più aguzze.

Il treno velocemente ha lasciato alle spalle i profili delle terre di Ciociaria, della Sabina, e del Spoletano. Ho avuto la sorpresa di avere il caro amico Ruggero a dividere il mio pranzo solitario a Roma tra un treno e l’altro. Un amico è veramente chi si rende disponibile a compiere l’ultimo tratto di strada per venire ad incontrarti.

Mi sento felice di avere completato la mia impresa, sto tenendo a freno il desiderio di intraprenderne altre quanto prima, ma voglio prima riflettere e fare tesoro degli insegnamenti che ho ricevuto in questi giorni. Mi affido ancora a San Benedetto perchè mi illumini con il suo esempio.

A presto e grazie del supporto di chi ci ha voluto leggere su queste pagine.

Giorno 18, 1 luglio 2020, Tappa 16, da Roccasecca a Montecassino

Oggi, ultima tappa di questo Cammino, termineranno gli appuntamenti serali con il mio telefonino, dove negli ultimi 18 giorni di questo anomalo e travagliato anno, ho cercato di catturare l’essenza delle emozioni, delle gioie e anche delle sofferenze che comunque hanno rappresentato momenti vissuti in intensità. Da domani troveranno posto i ricordi e i bilanci in retrospettiva, magari utili per iniziare un nuovo progetto nel meraviglioso viaggio della vita.

Ieri abbiamo chiesto al buon Tommaso di darci un passaggio fino all’abitato di Santa Lucia per accorciare la tappa su asfalto e consentirci di dormire un po’ di più per poi arrivare a Montecassino con la necessaria riserva di energia per vivere appieno l’emozione. 

Facciamo colazione al solito bar convenzionato, ahimè, sempre con brioches gommose e cappuccini lenti. Difficile trovare nelle colazioni preparate nei bar della frutta e tantomeno frullati o spremute. Riesco però a procurarmi da un solerte fruttivendolo all’angolo una mela, due prugne ed un pomodoro. Mal che vada ho il necessario per un pasto senza ricorrere ai panini con l’ottimo prosciutto locale che però ti costringe a prosciugare tutte le fontane lungo il percorso per estinguere una sete inestinguibile.

Tommaso è puntualissimo, e alle 8:30 partiamo per raggiungere Santa Lucia accorciando la tappa di almeno 10km. Lungo la strada vediamo il laghetto di Capodacqua e ci fermiamo per scattarci una we-fie di ricordo.

Ripenso a tutte le tipologie di strade che abbiamo percorso fin qua: sentieri, sterrate, carrarecce, strade forestali o militari, asfaltate o bianche, tracce nei boschi o piste erbose tra i campi. Ciascuna ha le sue caratteristiche, la sua tavolozza di gioie e dolori, e per ciascuna bisogna sapersi adattare, cambiare andatura e ritmo. I percorsi ricavati nel paesaggio naturale, soprattutto nei boschi ombrosi, hanno una propria musicalità,  alimentata dai richiami degli uccelli, dallo scricchiolio dei rami secchi, dal suono attutito dei passi sugli aghi e sul fogliame secco sul sentiero, a volte anche dal suono putrido del fango che ti avvolge le scarpe per poi rilasciarle con uno schiocco sordo. Il suono dei passi sulle strade sterrate è più ritmico, meno musicale e composto da un concerto per sole percussioni: lo scrocchiare della ghiaia sotto le scarpe, il ticchettio delle punte delle bacchette sul selciato, il tintinnio degli oggetti appesi allo zaino, il fruscio degli indumenti che sfregano ad ogni passo. Le strade asfaltate invece, non hanno una propria voce, sembrano morte, inframmezzate dal frastuono sovrastante e veloce dei veicoli di passaggio. Il bordo della strada è cosparso dai rifiuti di una civiltà frettolosa e irrispettosa, oggetti morti, ormai inutili, scartati con superficialità da mani ignote ed irresponsabili. Durante le lunghe camminate sulle strade asfaltate con il sole a picco, è necessario trovare sollievo nel fischiettare tra i denti qualche marcetta, tipo “Colonel Bogey” dal film “Il Ponte sul Fiume Kway“, oppure “Habanera” di Bizet. In momenti di particolare trasporto emotivo, anche lo “Inno alla Gioia” di LvB dalla sua Sinfonia n. 9 è molto utile. Allora il corpo ritrova energia, si motiva, crea sinergia con la musica, i passi si allungano, e la fatica smette di essere l’unica preoccupazione della mente, e lo sguardo si eleva.

Oscar cammina silenzioso qualche passo avanti a me sul sentiero che sale per aggirare la collina che ci nasconde la vista dell’Abbazia. Sono circa le 10 e forse abbiamo ancora un paio d’ore di cammino per giungere alla nostra meta. D’improvviso si ferma, si volta, e mi dice: “Roberto, vorrei affrettare il passo per riuscire a visitare l’Abbazia e poi precipitarmi alla stazione e prendere al volo un treno per essere stasera a casa per cena. Magari riusciamo a salutarci su al Monastero, altrimenti ci sentiamo al telefono”. Di fatto, come avrebbe detto de Andrè riferendosi a Re Carlo, sparì alla vista tra i glicini ed il sambuco. Fa parte delle regole non scritte che due adulti vivano le esperienze di un Cammino in modo totalmente indipendente, scegliendo liberamente su cosa fare a seconda delle proprie esigenze o priorità, ma fa parte anche delle regole non scritte, che ciò che si intraprende insieme debba avere anche un punto di arrivo comune che sia condiviso e celebrato insieme. Non posso nascondere che questo inaspettato epilogo mi sia dispiaciuto, e anche molto, ma sono sicuro che Oscar abbia avuto i suoi buoni motivi per agire così, e non gliene vorrò. Gli auguro un buon rientro e procedo pensieroso per la mia strada.

Di lì a poco, mi chiama il buon Tommaso dicendomi che le tenaci signore di Reggio Emilia si trovano disorientate in un punto ben preciso del percorso e non sono sicure sulla strada. Consulto rapidamente il mio GPS e taglio per il bosco improvvisando un sentiero per intercettare la strada più a monte, e così riesco a raggiungere Angela e Stefania presso la Masseria Albaneta, e decidiamo di proseguire insieme. Esprimo il mio interesse a visitare l’obelisco eretto dal Governo Polacco sul punto più alto del colle a commemorazione del sacrificio di 1500 soldati polacchi che per primi giunsero il 18 maggio 1944 sulle macerie dell’Abbazia difesa strenuamente da un gruppo di paracadutisti tedeschi che avevano occupato le rovine dopo i bombardamenti alleati del febbraio 1944. La commozione per la vicenda, e la bellezza del paesaggio che si scorge da questo nido d’aquila, è intensa. Sotto l’obelisco si trova il cimitero polacco dove gli eroici soldati sono sepolti, e dove anche il generale polacco Anders che li guidò alla vittoria volle essere sepolto insieme alla moglie nel 1970.

La scritta dice: “Per la nostra e la vostra libertà, noi soldati di Polonia, abbiamo reso le nostre anime a Dio, i nostri corpi alla terra d’Italia, e i nostri cuori alla Polonia

Il cammino giunge al termine, il Monastero accoglie i pellegrini con un saluto breve ed incisivo: PAX

Presento le credenziali e ritiro il mio “Testimonium” che farò incorniciare e appenderò sulla mia Wall of Fame a casa insieme alla Compostela, la Rua de la Morte, ed altri cimeli di cui sono molto orgoglioso.

Il Cammino di San Benedetto: riflessioni conclusive

Ormai al termine del nostro viaggio, è  utile qualche riflessione.

Il cammino è, tra molte altre cose, un mezzo formidabile per conoscere la cosiddetta “Italia minore”. Lungi dall’essere svalutativa,  quest’espressione indica l’assieme di quei tesori artistici e paesaggistici custoditi dal nostro paese che restano largamente ignorati dai grandi flussi turistici. Tanto da poter dire che ben difficilmente li avremmo scoperti se non fosse stato per il cammino.

Questo è vero per tutti i cammini. Io ho percorso prima d’ora la Via Francigena (Fidenza-Roma) e il cammino Coast-to-Coast (Ancona-Orbetello) e posso testimoniarlo. Tuttavia molti dei luoghi attraversati da questi cammini costituiscono mete turistiche ben note ai viaggiatori tradizionali. Questo non vale (o vale molto meno) per il Cammino di San Benedetto. Borghi e bellezze naturali che si incontrano su questo cammino sono in buona misura sconosciuti al grande pubblico. Il valore aggiunto che il camminatore trae dal Cammino di San Benedetto in termini di scoperta delle bellezze più nascoste del nostro territorio è quindi superiore rispetto agli altri cammini.

Ma questo è solo un aspetto. L’altro aspetto da considerare è il reciproco del precedente, ovvero il contributo che il Cammino di San Benedetto porta alla valorizzazione e all’economia dei territori attraversati. In molti di questi luoghi di turisti se ne sono sempre visti pochi. Così gli abitanti si erano abituati a pensare che poco o nessun valore vi fosse custodito. Aggiungete a questo un’economia stagnante, la scarsità di posti di lavoro, l’emigrazione dei giovani più dotati, l’invecchiamento della popolazione, e capirete che il Cammino di San Benedetto sta portando in molti dei luoghi attraversati una ventata d’aria fresca. La vista dei camminatori con lo zaino in spalla che si soffermano a guardare con meraviglia i panorami dei monti e delle valli, o che ammirano gli antichi monumenti, le espressioni di delizia riservate ai cibi serviti in generose porzioni nelle trattorie, tutta roba a chilometri zero, tutto questo e molto altro sta spingendo i cittadini locali a fare delle riflessioni. La prima è di essere rimasti troppo a lungo seduti su un grande tesoro senza essersene accorti. I pellegrini sono diventati i preziosi testimoni di una realtà e di prospettive nuove! Non si tratta tanto dei soldi che portano (ancora pochi nella dura situazione post-Covid), quanto della consapevolezza che c’è moltissimo da fare e tanti stanno provando a farlo. Stanno equipaggiando le case per l’ospitalità, attaccano cartelli nei boschi per segnalare i sentieri, ampliano gli orari di apertura di chiese e musei, offrono ai pellegrini ottimi menù nelle trattorie… Inoltre i pellegrini trovano qui gente simpatica e ospitale che si fa in quattro per soddisfare ogni loro richiesta. Ti fermi ad un incrocio dubbioso su dove andare, e qualcuno subito appare ad un balcone per indicarti la via. In piena campagna trovi chi ti offre acqua freschissima e ti invita in casa per un liquorino con una fetta di crostata. Trovi gente che ti porta gratuitamente lo zaino a destinazione. E tanta disponibilità a fare due chiacchiere, a raccontarti sul loro borgo cose che non sono scritte su alcuna guida. Tutte attenzioni che noi camminatori non avevamo ricevuto da nessuna altra parte!

Questo quadro così positivo ha la sua faccia negativa. La consapevolezza tardiva dei grandi tesori di un territorio rimasto turisticamente sottosviluppato non sana i danni prodotti nel passato. Borghi con centri storici bellissimi circondati da orrende periferie, traffico automobilistico insensato fin nei vicoli più angusti, ogni minimo spazio occupato da auto parcheggiate a ridosso di luoghi carichi d’arte e di storia.

L’altro giorno ero ad esempio nella meravigliosa abbazia circestenze di Casamari. Nello stupendo cortile erano parcheggiate non meno di 100 auto in quanto nell’abbazia era in corso un funerale. Anzitutto chi ha detto che debbano essere consentiti funerali in un preziosissimo bene artistico che è patrimonio di tutti? Posto anche che il funerale dovesse aver luogo a Casamari, il permesso di sostare davanti alla scalinata non avrebbe potuto essere limitato al carro funebre, obbligando parenti e amici a mettere l’auto nel grande parcheggio posto proprio davanti all’ingresso dell’Abbazia? Non vi è ragione alcuna che neppure il Presidente della Repubblica non debba entrare a piedi in una tale bellezza, un atto di rispetto dovuto.

Abbiamo invece visto case e condomini moderni costruiti senza alcun rispetto dell’ambiente e dei contesti urbani, campagne devastate da case, fabbriche, ponti, strade, tralicci dell’alta tensione sparsi in giro senza criterio.

Villa non terminata nella campagna di Casamari

Città murate di grande bellezza come Vico hanno visto le mura fagocitate da abitazioni private con la perdita di ogni caratterizzazione paesaggistica e urbanistica. Gli abitanti di Vico dovrebbero confrontarsi con Monteriggioni. Con una popolazione 5 volte superiore, quest’ultima mantiene la meravigliosa cinta muraria medievale completamente integra e isolata dall’abitato. La cittadina toscana gode di un turismo di alto livello tutto l’anno e la popolazione ha un reddito pro-capite superiore a quello di Milano.

Tra le cose che abbiamo visto ci ha inoltre stupito la situazione della SP7 tra Arpino e Roccasecca, una delle carrozzabili più belle d’Italia per il meraviglioso paesaggio in cui è inserita, in ottimo stato di conservazione ma inspiegabilmente chiusa da 11 anni, probabilmente per insensati progetti di allargamento della sede stradale e creazione di viadotti bloccati da qualche saggio amministratore. Lavori del tutto inutili per una strada con destinazione prevalentemente panoramica e turistica.

SP7 chiusa da 11 anni

Altre osservazioni riguardano alcune abitudini della popolazione che sono intollerabili in un contesto di turismo culturale europeo. I bordi delle strade urbane ed extraurbane sono costellati di rifiuti altamente inquinanti come bottiglie di plastica, pacchetti di sigarette, packaging di ogni tipo, sacchi di plastica, spazzatura, rottami abbandonati. Sono probabilmente milioni i mozziconi di sigarette sparsi dovunque nelle piazze e nelle strade dei borghi d’arte, mozziconi ognuno dei quali ha un tempo di dissolvimento di oltre 10 anni.

Un’altra abitudine intollerabile ormai scomparsa da tutti i paesi civili è quella di abbandonare dovunque gli escrementi dei cani. Uscendo da Arpino al mattino presto ne abbiamo incontrati per strada centinaia.

Queste annotazioni (certamente non esaustive) non intendono essere svalutative, bensì sottolineare un problema che a nostro avviso esiste. Le popolazioni a sud di Roma non sembrano amare la propria terra abbastanza da rispettarla ed accudirla così come si rispetta ed accudisce la propria casa. Questo non è problema di amministratori incapaci, è anzitutto responsabilità dei cittadini. Nessuno butterebbe un mozzicone sul pavimento della propria sala da pranzo, e tantomeno permetterebbe al proprio cane di defecarvi. Nessuno parcheggerebbe la propria auto in camera da letto; perché parcheggiarla davanti alla scalinata della cattedrale della propria città?

Il vero salto di qualità del turismo in queste bellissime zone d’Italia potrà avvenire attraverso un atto d’amore della gente verso la propria terra. Rispettare il territorio, riparare i danni riparabili, evitare di farne di nuovi. Il culto della bellezza sarà la chiave del successo. Abbiamo visto segni positivi in questa direzione. Occorre fare di più.

Giorno 17, 30 giugno 2020, Tappa 15, da Arpino a Roccasecca, 21.1km, 6h 50min

La tappa si preannuncia molto bella e di media difficoltà, ma decidiamo comunque di evitare il caldo il più possibile e pertanto mettiamo la sveglia alle 5, contando di partire alle 5:30. Alle 5:45 ci fermiamo dal bravo Massimo gestore del quasi centenario Caffe’ Italia per un cappuccino e brioche gommosa. Scambiamo due parole con Massimo, appassionato di cavalli e di turismo equestre, e ci racconta di come sia popolare da quelle parti andare in giro a cavallo. Considerata la natura dei sentieri, perlopiù sassosi dei monti Ernici che circondano la piana di Arpino,  vedere persone a cavallo non stonerebbe per niente con l’armonia del paesaggio. Noi comunque non ne abbiamo ancora visto in giro anche se una certa qual presenza e’ rivelata dalle abbondanti deiezioni sul percorso.

Sotto il cipiglio austero di Caio Mario, altro illustre cittadino di Arpino, ci allontaniamo dalla cittadina alla volta dell’Acropoli di Civitavecchia

L’acropoli è un insediamento pre-romano del VII secolo A.C., perfettamente conservato e inframmezzato da giardini ben curati, e qualche casa di un certo stile nel borgo di Civita ad essa annessa. Una delle porte di accesso all’Acropoli è un arco a sesto acuto, l’unico rimasto in piedi in Italia, e che fa un po’ pensare alla Porta dei Leoni a Micene. L’ora mattutina è magica per fotografare queste affascinanti rovine e indugiamo a percorrerne i quattro angoli nel tentativo di portarci a casa i colori ed i suoni che ci circondano.

C’è da dire che le tappe così serrate di questo Cammino, ti fanno arrivare esausto e affamato alla destinazione, e raramente si ha la voglia e la forza di buttarsi fuori a visitare il borgo. Poi bisogna tenere conto degli orari di apertura che non sempre coincidono con visite programmate al tramonto quando il caldo è meno feroce.  Personalmente preferisco di gran lunga visitare i luoghi di tappa la mattina prestissimo, e forse varrebbe la pena, malgrado i costi e la durata, di poter fermarsi almeno due notti per ogni tappa.

Oggi incontriamo tante persone gentili che si intrattengono volentieri con noi. A partire dal factotum Tommaso di Roccasecca che percorre più volte al giorno la strada da Arpino a Montecassino per accudire i pellegrini sotto la sua giurisdizione di ogni necessità: portare o andare a prendere zaini e valigie, portare persone a visitare luoghi fuori tracciato, prendere e portare persone dalla stazione, portare bottiglie di acqua a camminatori disidratati lungo le gole del fiume (secco) del Melfa, gestite i pernottamenti a Roccasecca per garantire a tutti il giusto confort dopo la camminata, e probabilmente dimentico ancora qualcosa.

Molto carini Rosanna e Michele a Torra Montenero, che ci vengono incontro sbracciandosi per rifornirci di acqua e già che ci sono, offrirci anche un caffè, e un bicchierino di liquore di mirtillo. Simpatico il trattorista Dario, che nel darci indicazioni si sofferma volentieri per sapere di noi, da dove veniamo, ecc.  Interessante parlare anche con Ferdinando col figlio Federico ed il papà Antonio, che ci raccontano le memorie dei loro nonni e bisnonni, su quanto avvenne nei primi mesi del 1944 con gli Alleati che fecero saltare tutti i ponti, prima di distruggere la Abbazia di Montecassino cercando di colpire il Comando tedesco asserragliato in una vicina masseria a difesa della linea Gustav.

Scendiamo per un ripido sentiero sassoso tra campi di energia fotovoltaica solare, fino a raggiungere la strada cosiddetta del Trecciolino, che con un bellissimo tracciato sul fondovalle del fiume Melfa, collegava Roccasecca con Isernia in Molise. Peccato che la strada è chiusa al traffico veicolare dal giugno 2006 e nessuno del posto ci sa dire con esattezza perchè. La natura è veramente incontaminata e da qualche tempo sui picchi rocciosi che sovrastano la valle sono tornate a nidificare le aquile. Arriviamo comunque a Roccasecca alle 13 riarsi dal sole, ma sufficientemente idratati grazie al buon Tommaso che nel frattempo ci è venuto incontro con il suo scooter e con il bauletto colmo di acqua fresca attinta alla fonte. Ci diamo appuntamento alle 18:30 per portare noi e le signore di Reggio Emilia, che nel frattempo ci hanno raggiunto, a visitare la chiesetta di San Tommaso di Aquino, dottore della chiesa e nativo di Roccasecca.

Domani sarà l’ultima tappa e ci congederemo dal Cammino non prima però di avere ritirato il Testimonium come attestato di completamento del percorso.

Giorno 16, 29 giugno 2020, Tappa 14, da Casamari ad Arpino, km 8.5, 2h 20min

Dopo la sfacchinata di ieri, abbiamo riprogettato la tappa di oggi concentrando il cammino nella parte centrale per visitare con più agio le zone di maggior rilevanza sia paesaggistica che artistica. Prima decisione della mattina è stata per me quella di visitare l’Abbazia di Casamari alle 9:00, alzandoci con calma, e poi di prendere la corriera per Isola del Liri e tagliare così almeno 8 dei 22 km previsti per la tappa. Visto che Oscar era già stato all’Abbazia la sera prima ci diamo appuntamento alla fermata dell’autobus Cotral alle 10:30, in considerazione dell’orario pubblicato sul sito per la fermata di Casamari alle 10:37. Per cui facciamo colazione nel refettorio del convento, in un tavolo ad U con almeno una trentina di sedie vuote. Chiediamo a suor Giuliana quante consorelle vivono al convento, e ci dice sconsolata che sono rimaste in 3, “…ma ogni tanto vengono a trovarci le sorelle da Anagni!” aggiunge. Foto ricordo con suor Giuliana e poi procedo, sacco in spalla per andare a visitare l’Abbazia.

Alle 10 mi avvicino alla fermata del bus, mentre al telefono Oscar mi conferma che sarà lì anche lui alle 10:30 come concordato. Alle 10:25, il bus arriva a velocità sostenuta per fare scendere una persona, e fa per ripartire quando riesco a fermarlo per chiedergli se questa corsa fosse quella prevista per le 10:37. “E che ne so’ io?” dice molto professionalmente il conducente, “io so’ partito da Roma alle 9, e ce devo ritorna’ per mezzogiorno.” Chiude le portiere e riparte come avesse il diavolo alle calcagna. Intanto giunge trafelato Oscar ma è troppo tardi e rimaniamo come due pirla sconcertati fermi sul piazzale con i biglietti in mano.

Dopo qualche tira-e-molla per decidere se aspettare il prossimo autobus o fermare qualche macchina, prevale l’uso del pollicione e sorriso ammiccante, mentre Oscar tampina tutte le macchine che si muovono dal parcheggio in cerca di qualcuno che vada nella nostra direzione e che sia disponibile a prenderci. Dopo poco, Oscar rimedia una coppia che di buon grado ci fa salire e ci porta fino al ponte di Isola del Liri.

La cascata di 27 metri, la meta’ dell’altezza di quelle del Niagara, è sorprendente, e diffonde uno spray rinfrescante nelle calura che è già pesante.

Visitiamo brevemente la cittadina e ci spingiamo fino al confine con la città di Sora per visitare l’Abbazia di San Domenico, un capolavoro cistercense dell’anno mille.

Riprendiamo il cammino ma sono già le 13. Ad un bar troviamo Stefano che dopo averci raccontato metà della sua vita e noi della nostra, ci fa: “Aho’, ma non sarete mica matti a salire ad Arpino mo’ con questo caldo, aspettate che vi ci porto io…” In men che non si dica, fa partire la macchina parcheggiata nei pressi e ci tira su. Una benedizione considerata la strada che ancora ci sarebbe stata da fare. Grazie Stefano, un altro angelo traghettatore incontrato sul nostro Cammino.

Arriviamo ad Arpino e Stefano ci scarica di fronte alla statua di Marco Tullio Cicerone, illustre personaggio nato proprio qui, il quale pero’ sembra che ci voglia cacciare indicando un punto lontano dalla parte di dove eravamo venuti.

Andiamo a conoscere i simpatici proprietari del B&B Il Caùto, Renato e Lucia, e depositiamo i bagagli prima di fare un giro per il paese e per poi andare a cena. Domani partiremo alle 5:45 per combattere il caldo del pomeriggio sperando di arrivare a Roccasecca, penultima tappa del Cammino, entro le 14.