Giorno 16, 29 giugno 2020, Tappa 14, da Casamari ad Arpino, km 8.5, 2h 20min

Dopo la sfacchinata di ieri, abbiamo riprogettato la tappa di oggi concentrando il cammino nella parte centrale per visitare con più agio le zone di maggior rilevanza sia paesaggistica che artistica. Prima decisione della mattina è stata per me quella di visitare l’Abbazia di Casamari alle 9:00, alzandoci con calma, e poi di prendere la corriera per Isola del Liri e tagliare così almeno 8 dei 22 km previsti per la tappa. Visto che Oscar era già stato all’Abbazia la sera prima ci diamo appuntamento alla fermata dell’autobus Cotral alle 10:30, in considerazione dell’orario pubblicato sul sito per la fermata di Casamari alle 10:37. Per cui facciamo colazione nel refettorio del convento, in un tavolo ad U con almeno una trentina di sedie vuote. Chiediamo a suor Giuliana quante consorelle vivono al convento, e ci dice sconsolata che sono rimaste in 3, “…ma ogni tanto vengono a trovarci le sorelle da Anagni!” aggiunge. Foto ricordo con suor Giuliana e poi procedo, sacco in spalla per andare a visitare l’Abbazia.

Alle 10 mi avvicino alla fermata del bus, mentre al telefono Oscar mi conferma che sarà lì anche lui alle 10:30 come concordato. Alle 10:25, il bus arriva a velocità sostenuta per fare scendere una persona, e fa per ripartire quando riesco a fermarlo per chiedergli se questa corsa fosse quella prevista per le 10:37. “E che ne so’ io?” dice molto professionalmente il conducente, “io so’ partito da Roma alle 9, e ce devo ritorna’ per mezzogiorno.” Chiude le portiere e riparte come avesse il diavolo alle calcagna. Intanto giunge trafelato Oscar ma è troppo tardi e rimaniamo come due pirla sconcertati fermi sul piazzale con i biglietti in mano.

Dopo qualche tira-e-molla per decidere se aspettare il prossimo autobus o fermare qualche macchina, prevale l’uso del pollicione e sorriso ammiccante, mentre Oscar tampina tutte le macchine che si muovono dal parcheggio in cerca di qualcuno che vada nella nostra direzione e che sia disponibile a prenderci. Dopo poco, Oscar rimedia una coppia che di buon grado ci fa salire e ci porta fino al ponte di Isola del Liri.

La cascata di 27 metri, la meta’ dell’altezza di quelle del Niagara, è sorprendente, e diffonde uno spray rinfrescante nelle calura che è già pesante.

Visitiamo brevemente la cittadina e ci spingiamo fino al confine con la città di Sora per visitare l’Abbazia di San Domenico, un capolavoro cistercense dell’anno mille.

Riprendiamo il cammino ma sono già le 13. Ad un bar troviamo Stefano che dopo averci raccontato metà della sua vita e noi della nostra, ci fa: “Aho’, ma non sarete mica matti a salire ad Arpino mo’ con questo caldo, aspettate che vi ci porto io…” In men che non si dica, fa partire la macchina parcheggiata nei pressi e ci tira su. Una benedizione considerata la strada che ancora ci sarebbe stata da fare. Grazie Stefano, un altro angelo traghettatore incontrato sul nostro Cammino.

Arriviamo ad Arpino e Stefano ci scarica di fronte alla statua di Marco Tullio Cicerone, illustre personaggio nato proprio qui, il quale pero’ sembra che ci voglia cacciare indicando un punto lontano dalla parte di dove eravamo venuti.

Andiamo a conoscere i simpatici proprietari del B&B Il Caùto, Renato e Lucia, e depositiamo i bagagli prima di fare un giro per il paese e per poi andare a cena. Domani partiremo alle 5:45 per combattere il caldo del pomeriggio sperando di arrivare a Roccasecca, penultima tappa del Cammino, entro le 14.

Monte Tabor, Galilea

Prima di raccontare la straordinaria vicenda che mi occorse durante il mio cammino in Galilea, vorrei affermare con la massima decisione di non avere mai creduto a fenomeni soprannaturali di alcun tipo. Ciononostante devo ammettere che qualcosa di insolito accadde, qualcosa che non so ancora oggi spiegarmi. Ma lasciatemi andare per ordine nel narrare come andarono le cose.

Era il maggio 2018, mese in cui ricorreva il settantesimo anniversario della fondazione dello stato di Israele. Mi piacerebbe raccontare che ebbi l’onore di conoscere a Gerusalemme il maestro pugliese Francesco Lo Toro, pianista e direttore d’orchestra che aveva passato trent’anni della sua vita a cercare spartiti musicali composti da musicisti ebrei nei campi di sterminio nazisti. Grazie a queste benemerenze, in quel mese di maggio egli ricevette i più alti riconoscimenti dallo stato di Israele nel corso di bellissime cerimonie pubbliche. Sarebbe interessante approfondire questa storia, ma temo che ci porterebbe  troppo lontano dal nostro tema.

Dopo alcuni giorni trascorsi a Gerusalemme presi dunque un treno per San Giovanni d’Acri (Akko), il mitico baluardo dei Crociati in Terra Santa, da cui partii a piedi per il mio viaggio in Galilea. Il pellegrinaggio, della durata di otto giorni, mi avrebbe portato dal Mare Mediterraneo ai monti sovrastanti il Lago di Tiberiade lungo molti dei luoghi dove si svolsero i fatti narrati dai Vangeli sulla vita di Gesù. In totale 120 chilometri che avrebbero toccato Zippori, Nazareth, Monte Tabor, Tiberiade, Monte Arbel, Migdal, Cafarnao, Tabga, Monte delle Beatitudini, Khirbet Minim, Wadi Amud.

La Galilea è un territorio affascinante, prevalentemente collinare, che alterna zone aride e pietrose con altre lussureggianti di boschi e coltivazioni. La popolazione è in gran parte araba, e tra gli Arabi sono abbastanza numerosi i Cristiani. Devo dire che si tratta di un popolo estremamente gentile e disponibile ad aiutare un pellegrino in cammino con lo zaino in spalla. Ricordo ad esempio che smarrii il cappellino e rimasi a testa nuda sotto un sole massacrante. In un villaggio arabo trovai una bottega di abbigliamento. La proprietaria mi spiegò che non vendeva cappelli, ma poi salì in casa sua e mi portò una paglietta blu elettrico che era appartenuta al marito appena defunto. Quella paglietta mi accompagno’ per tutto il viaggio e ancora oggi la conservo gelosamente.

Il terzo giorno di cammino giunsi quindi in vista del Monte Tabor. Era questo il luogo dove, secondo il Nuovo Testamento, era avvenuta la Trasfigurazione di Cristo. Il monte si elevavava sulla pianura con la forma di un panettone, raggiungendo la non eccezionale altezza di 600 metri. Poiché la pianura era a quota 200, c’era da salire per soli 400 metri.

Il Monte Tabor

L’episodio della Trasfigurazione di Cristo è narrato nei Vangeli di Marco, Matteo e Luca. In cosa consiste’ questa celebre apparizione? Dopo essersi appartato con i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù cambiò aspetto mostrandosi ai tre discepoli “con uno straordinario splendore della persona e uno stupefacente candore delle vesti”. Quale fu, secondo le interpretazioni dei teologi cristiani, il significato di questa luce increata e immateriale che risplendette dal Salvatore trasfigurato? Sono quattro le interpretazioni

Trasfigurazione di Gesu

Essa ci rivela la gloria della Trinità

Essa ci rivela la gloria di Cristo come Dio incarnato

Essa ci rivela la gloria della persona umana

Essa ci rivela la gloria dell’intero cosmo creato

Insomma, fu la Trasfigurazione avvenuta sul Monte Tabor a dare un senso universale al sacrificio di Cristo sulla croce e alla nascita dell’intera cristianità.

Con animo reso leggero dalla vicinanza della meta e dal cielo azzurrissimo mi accinsi alla salita che fu assai piacevole data la varietà dei paesaggi che continuamente si dischiudevano sulle colline della Galilea. In poco più di un’ora arrivai in cima. Un grande arco in pietra di epoca crociata accoglieva i pellegrini. Dietro di esso un lungo viale circondato da aiuole fiorite conduceva al Tempio. Sul lato destro una fila di bassi edifici era destinata ad ospitare i frati e i visitatori. L’intero complesso è stato ricostruito nel 1924 sulle rovine di un monastero benedettino di epoca crociata distrutto nel 1221 dal sultano al-Malik. Era lì che avrei dormito quella notte.

Dopo avere depositato lo zaino nell’ostello mi recai a visitare il Tempio. Occorre dire a chi legge che Monte Tabor viene visitato ogni giorno da innumerevoli gruppi di pellegrini provenienti da tutti i paesi del mondo. Ciascun gruppo è normalmente accompagnato da un prete a cui, dopo la visita al Tempio, viene assegnato uno spazio all’interno della basilica oppure all’esterno sotto uno dei tendoni che proteggono dai raggi del sole per celebrare la messa. Devo dire che la sorte mi ha malauguratamente privato del conforto della fede e che l’interesse per questo luogo e per tutti quelli che avrei in seguito visitati era legato alla storia dei fatti che accompagnarono la vita dell’uomo Gesù. La storia è infatti il mio principale interesse e ciò di cui occasionalmente scrivo.

La giornata trascorse così assai tranquillamente nella bellezza e nella pace. Feci anche una lunga passeggiata sulla cima del monte, che mi condusse a visitare il vicino Tempio ortodosso. Piano piano le ombre cominciarono ad allungarsi sulle colline della Galilea. I gruppi di fedeli ripartirono sui loro autobus finché rimasi da solo nel grande complesso religioso. Non da solo a dire il vero, perché restavano anche i tre ragazzi dell’associazione di Padre Eligio che gestivano l’accoglienza ai pellegrini. Essi dedicarono quindi molte attenzioni all’unico pellegrino rimasto sul monte, il sottoscritto.

Scese la sera, una sera di indescrivibile bellezza come si può solo immaginare. Consumai una cena frugale ma ottimamente confezionata nella grande mensa dei pellegrini. Come sempre succede in Terra Santa, la notte calò improvvisa. Quando uscii dalla mensa, il panorama era costellato dalle lontane luci dei villaggi arabi sparsi sulle colline. C’era un immenso silenzio. Decisi di recarmi verso la basilica la cui facciata illuminata dai fari si stagliava bianchissima contro l’oscurità della notte.

Il santuario di Monte Tabor

Giunsi dunque al piazzale antistante il Tempio. Una fresca brezza aveva spazzato via la calura del pomeriggio. Mi fermai ad ammirare la facciata e respirai a pieni polmoni la frescura della notte. Poi mi sedetti sui gradini.

Come talora accade anche alle anime più sensibili alla bellezza, invece di lasciarmi ispirare dalla magia dei luoghi per nobili meditazioni, non resistetti al richiamo del telefono cellulare. Estratto dunque il mio smartphone mi dedicai alla lettura dei numerosi messaggi pervenuti, e a rispondere a quelli che mi parevano più urgenti o importanti. Ero così concentrato che all’inizio non mi accorsi che qualcosa stava avvenendo alle mie spalle.

Davo le spalle al portone principale della grande facciata del Tempio il cui biancore rischiarava per alcuni metri l’oscurità della notte. Da principio ebbi come l’impressione che qualcosa si stesse muovendo dietro di me. Smisi di armeggiare con lo smartphone ed affinai l’udito per meglio capire, non osando girarmi. Il silenzio pareva totale. Invece no. Ad un certo punto cominciai a sentire come un lievissimo fruscio. Che fosse il vento rafforzatosi nel frattempo senza che me ne accorgessi? No, non era il vento. Confesso che provai un qualche timore di trovarmi così solo in un luogo così solitario. Ma pensai che mai un tale luogo avrebbe potuto nascondere delle minacce. Rimasi dunque in ascolto. Il fruscio cessò all’improvviso. Pensai che fosse stato uno dei soliti acufeni, magari un piccolo sbalzo di pressione legato al reverenziale timore che il luogo ispirava.

Poi all’improvviso il rumore dietro le mie spalle ritornò più forte di prima, ma non era più un fruscio. Cosa poteva essere? Ecco, sembrava come un… un frottare. Cominciai a spaventarmi. Sì, era un frottare di ali, di grandi ali. Come potetti non girarmi? L’unica occasione della mia vita, che avrebbe cambiato la mia vita. Pensate cosa sarebbe stato trovarmi davanti un… angelo! E se fosse stato qualcosa di diverso? Quest’ultimo pensiero invase la mia mente e mi sconvolse di terrore. Mi alzai in piedi di scatto e fuggii con tutte le mie forze verso il riparo sicuro della mia stanza nell’ostello.

Da allora ripenso spesso a quella notte e non so darmi pace di non avere avuto il coraggio di girarmi. Mai più ho avuto un’occasione del genere.

Giorno 14, 27 giugno 2020, da Anagni a Collepardo in auto

Oggi è in programma una giornata in parziale relax, grazie alla macchina di Pio che ci scorrazzerà attraverso la Ciociaria. Ma prima di tutto devo e voglio presentarvi Pio, amico storico di Oscar e da questo viaggio spero anche amico mio. Un incontro con una persona affascinante, con quel modo di essere Romano, colto, ironico, e amante delle arti e della buona tavola, che ho già riscontrato in altri miei amici ‘de Roma‘ con i quali sono legato da sincero affetto.

Lasciamo il bello e confortevole B&B “Le Logge dei Banditori” con una sostanziosa colazione, salutando la gentile Samantha al parcheggio e ci muoviamo in direzione di Alatri.

Pio ha una notevole capacità di parcheggiatore e non si dà pace finchè non riesce a trovare un buco a pochi metri da qualunque destinazione vogliamo visitare. Parcheggiamo infatti a pochi metri dalla notevole Acropoli di Alatri con la sua ciclopica cinta muraria molto evocativa e suggestiva. Un curioso bassorielievo corona la porta cosiddetta “dei falli”.

Molto suggestiva anche la cattedrale che si affaccia su di una bella piazza con fontana.

Passiamo da Guarcino che non ci impressiona un gran che, ma di cui gustiamo gli amaretti, la specialità pasticcera del luogo, e muoviamo alla volta di Vico nel Lazio, dove fingiamo di visitare il molto ben mantenuto centro storico ma in realtà stiamo cercando un ristorante vista l’ora pomeridiana. Il Ristorante del Castello ci sorprende per la raffinatezza del locale e la professionalità del Maitre Armando. Ci accontentiamo di fiori zucca, filetti di orata, e maccheroncini neri al pomodoro. Facciamo due chiacchiere con due simpatici abitanti del luogo e poi proseguiamo per Collepardo, alla volta di Ivana e del suo affascinante B&B.

Giorno 15, 28 giugno 2020, Tappa 13, da Collepardo a Casamari, 25.5 km, 9h 10min

Una notte passata in un posto magico, al B&B La casa d’Ivy a Collepardo. Giorgio, il marito di Ivana, é un architetto ed un serio collezionista di modernariato e oggetti anni ’60 e ’70 che vengono da lui stesso trasformati aggiungendo altre funzionalità che impreziosiscono la collezione senza mai scivolare nel kitch. Vuoi il Juke-Box, o l’armadio dentro il Frigidaire con la leva a scatto, o la tanica di benzina metallica trasformata in cassa per altoparlanti, o gli orologi, le macchine fotografiche, persino trenini elettrici ed un personal computer della Olivetti, tutto é meticolosamente raccolto ed armonizzato con l’ambiente. Non ci vuole molto per portarci nel suo garage ad ammirare una Fiat 850 Coupé seconda serie 1972, gialla e una Lancia Fulvia coupè grigio argento. Troviamo anche una Lambretta del 1955 e altri motorini. Decisamente una coppia molto interessante. Al B&B di Ivana ritroviamo Angela e Stefania, con le quali programmiamo di fare la prossima tappa insieme partendo prestissimo per evitare il caldo.

Iniziamo quella che si preannuncia una lunga giornata di cammino alle 6:10 con sveglia alle 5:30 e splendida colazione servita dalla nostra premurosa Ivana, la quale decide addirittura di accompagnarci per un pezzo di strada. Altra Amica del Cammino molto disponibile alla quale questo Cammino e noi stessi dobbiamo molto.

Dopo una manciata di chilometri su per una durissima salita arriviamo alla Certosa di Trisulti, chiusa per il Covid, ma che sappiamo essere stata aperta ieri per farla visitare ai pellegrini illustri che continuano a precederci. Non nascondiamo la nostra stizza per essere considerati pellegrini di classe B, ma tant’è, non vale la pena arrabbiarsi che tanto non serve a niente.

Subito dopo comincia per me un’agonia per il dolore martellante soprattutto al ginocchio sinistro che mi impone di rallentare soprattutto in discesa. Il percorso è tutto un saliscendi per vallate verdissime inframmezzate da cascine di pastori o campi coltivati a foraggio. Non mi sento bene, e il sole martellante non mi dà tregua. Ma si va avanti. Dopo 7 ore, sono pronto a tirare fuori il pollice per fermare qualche macchina lungo la provinciale, ma voglio tenere duro. Cammino insieme ad Angela e Stefania che mi seguono fedeli mentre Oscar ha voluto accelerare il passo durante le (moltissime) salite ed è considerevolmente avanti a noi. Consulto spesso le tracce GPS perché i sentieri mancano spesso di segnaletica, o se ci sono, sono ambigue. Alle 15:30 vediamo un bar vicino ad una stazione di servizio, e Angela contratta un passaggio da un buon diavolo di nome Luca fino alla nostra destinazione, cioè le Suore Cistercensi di Casamari nel cui convento passeremo la notte. Mancavano solo due o tre chilometri ma quel passaggio ha fatto la differenza tra lo stramazzare al suolo oppure su di un letto preparato dalle amorevoli cure delle monache Ugandesi.

Mi accorgo quando ci trasciniamo fuori per andare a mangiare una pizza, che non ho fatto molte foto oggi. Urge comunque una strategia per riuscire ad andare avanti per le prossime tre tappe. Ma ne parlerò un’altra volta.